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l'inserto culturale di East Journal

Albert Camus, il destino dei giusti #12

L’onore e il destino

Si inizia a morire in un istante misterioso, che molto più tardi, forse, apparirà decisivo ; nel presente, siamo tutti ciechi e senza direzione, ci muoviamo a volte credendo di sapere, immaginando l’avvenire, pur se d’intorno è solo buio, cupa tenebra. Albert Camus possedeva l’istinto degli eventi, e distingueva subito le cose per cui era giusto combattere : forse, in quel finire del 1956, di fronte alla gravità degli avvenimenti, aveva seguito quel suo istinto, il suo senso di giustizia, senza pensare alle possibili conseguenze : in un certo senso, l’uomo di princìpi è immortale ; ciò in cui crede lo scavalca e gli sopravvive ; Camus era, già, al di là del suo tempo e della sua vita : come all’epoca della Resistenza, quando il puro sopravvivere gli appariva secondario, e, a certe condizioni, intollerabile ; dunque, non aveva nulla da perdere, ed ogni gesto, ogni parola, avrebbero dato ulteriore senso ai suoi giorni : questo, era tutto ciò che gli premeva. Alla fine di ottobre del ’56, i sovietici avevano soffocato nel sangue la rivolta di Budapest : l’Europa intera, impotente, aveva assistito a quel sopruso dando il proprio sostegno ideale ai rivoltosi ; Camus non poteva tacere : e parlò, con tutta l’indignazione di un libertario, che non accettava la tirannia, di qualunque colore si travestisse ; fu anche chiamato in causa, direttamente, dagli scrittori ungheresi travolti dall’invasione, che lanciavano la propria disperata richiesta di soccorso alle voci libere dell’Occidente ; si diede da fare, spendendo con generosità il proprio nome, la propria autorità morale ; sulle principali testate internazionali comparvero la sua parola e la sua indignazione, e a Parigi, la città delle sue lotte, la patria della sua indistruttibile libertà, pronunciò discorsi memorabili. In essi, oltre a scagliarsi contro l’invasione dell’ Ungheria, si rivolgeva direttamente, con parole affilate, al ministro degli esteri sovietico, Dimitri Shepilov, che aveva difeso e difendeva con arroganza, anche al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (dove rappresentava ufficialmente l’Unione Sovietica) l’azione del proprio governo. Ventiquattro anni dopo, la fonte di Zabrana riportava con esattezza assoluta gli eventi del passato : dunque, la memoria dei fatti si era conservata, nelle stanze lontane di Mosca ; nulla era sfuggito dell’impegno di Camus. Se pensiamo al grandissimo rispetto internazionale di cui godeva lo scrittore, già in odore di premio Nobel, queste affermazioni avevano senza dubbio suscitato grande irritazione e rancore presso i vertici sovietici, e presso Shepilov in particolare. Inoltre, all’epoca, il giudizio pubblico degli intellettuali era molto più ascoltato e temuto di quanto non avvenga oggi. La presa di posizione di Camus sui fatti d’Ungheria aveva davvero suscitato grande impressione, in Europa e nel mondo. In qualche modo, andava fermato. In qualunque modo. Leggeremo presto le sue parole precise. Che probabilmente segnarono il suo destino.

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 15, 2012 da in Racconti con tag , , , , , , , .
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