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l'inserto culturale di East Journal

Turbofolk! Quando la musica tiene insieme i Balcani

di Vittorio Filippi

A venti anni dallo scoppio della Jugoslavia federale e socialista e a quasi dieci dalla scomparsa ufficiale della stessa parola Jugoslavia, c’è ancora qualcosa di “jugoslavo” nei Balcani? La risposta è affermativa, alla faccia delle insofferenti pulsioni etnonazionaliste. L’Economist nel 2009 ha efficacemente chiamato “jugosfera” l’insieme delle tante comunanze che non solo hanno resistito ai tempi avvelenati delle divisioni ma che ora sono in costante sviluppo. Non c’è solo un passato comune, ma un continuo presente linguistico, culturale e di business che sa resuscitare insospettabili legami tra ex-nemici, un po’come evoca Parada, il bel film dolceamaro del serbo Srdjan Dragojevic.

Un ruolo importante nel costituire la “jugosfera” è svolto dalla musica, da un tipo particolare di musica, il cosiddetto turbofolk. Diffuso ovunque, anche al di là della ex-Jugoslavia (con nomi diversi si trova in Albania, in Grecia, in Romania, in Bulgaria), è una invenzione tutto sommato recente che rispecchia benissimo la koinè culturale dei Balcani. Recente perché il termine – inventato dal giovane cantautore montenegrino Rambo Amadeus – appare alla fine degli anni ottanta, quando la Jugoslavia, pur prossima allo sfascio, conosce un clima libertario che permette sperimentazioni artistiche innovative.

Più complesso descrivere la natura davvero sincretistica del turbofolk, dato che – come dice il termine stesso – è una ricca e confusa mescolanza di generi musicali diversi, vecchi, nuovi e nuovissimi. Folk, perché certamente parte da musiche tradizionali – spesso serbe – legate al mondo rurale. Ma a cui si aggiungono sonorità turche, greche, zingare, insieme ad elementi occidentali come il rap, la dance music e perfino la techno. Queste contaminazioni erano iniziate nei tumultuosi anni ottanta del dopo-Tito, quando la musica e le diffuse canzoni nazional-popolari (un nome per tutti: Miroslav Ilic) cominciarono ad intrecciarsi con il rock (già presente dagli anni settanta grazie a gruppi famosi come i Riblja Corba ed al notissimo cantautore Dorde Balasevic) creando una musica radicalmente diversa, detta appunto di nuova composizione (novokomponovana) .

Oltre al citato Rambo Amadeus, anche la cantante Lepa Brena uscì nell’82 con un album che la consacrò come stella del fortunato filone pop-folk jugoslavo. Un filone che alla fine del decennio divenne appunto il turbofolk, dove al folk tradizionale e comunque modernizzato si aggiungevano e si mescolavano i ritmi intensi e veloci (appunto, turbo…) della modernità che accompagnavano i parossistici ultimi anni della Jugoslavia. Dice Ivana Djordjevic, executive editor della rivista Grand Revija e p.r. di Lepa Brena, che la fusion che realizza il turbofolk si avvicina a ciò che ha fatto Sting nel suo singolo Desert Rose mettendo insieme musica moderna ed elementi folk arabi.

Dietro la genesi del turbofolk ci sono stati alcuni grandi fenomeni che hanno ampiamente trasformato la società jugoslava. Il primo è quello dell’urbanizzazione. Da paese di radicate tradizioni rurali, la Jugoslavia conobbe in pochi decenni processi di inurbamento massicci. Prima della seconda guerra, tre quarti dei suoi abitanti vivevano in campagna, ma solo dal 1948 all’81 sei milioni e mezzo di persone si spostarono verso le città. La musica novokomponovana ed il turbofolk raccontavano della vita nei villaggi ma tentavano anche di avvicinarsi alla vita urbana, rendendo così più sopportabili questi grandi esodi che coinvolgevano studenti, operai, emigranti. Come diceva una canzone: “Vivo in città, ma adoro il villaggio”; un testo adattissimo ai cosiddetti polutana (“ibridi”), cioè quei pendolari che lavoravano nelle città per poi ritornare nei fine settimana ai loro paesi ad integrare il basso salario industriale.

Il secondo fenomeno è dato dalla situazione degli anni novanta: cioè guerre, caduta dell’ideologia (e dell’etica) comunista, miseria economica, profughi, isolamento. Per cui il turbofolk prende due strade. La prima è quella nazionalistica, in cui cioè musica e testi fanno da cassa di risonanza alle narrazioni patriottiche e militariste che accompagnano la nascita dei nuovi Stati post-jugoslavi. La seconda è quella di dover fare da ammortizzatore mediatico alle sofferenze di quegli anni. Da un lato creando un sottofondo leggero e divertente che distraesse dallo sfacelo che connotava il periodo, dall’altro indicando i modelli di consumo prodotti dalle nuove élite: profittatori di guerra, profughi facoltosi, emigrati ricchi, oligarchi di successo.

E’ un salto antropologico che passa attraverso i valori del lusso novokomponovan fatto di stelle del neofolk, di lascivia spettacolare, di estetica kitsch, di mentalità consumistica e di aggressivo “chic di guerra”. Tutto ciò con il formidabile aiuto di radio e televisioni quali, in Serbia, TV Palma (la MTV serba), TV Pink e TV Kosava, quest’ultima di proprietà della figlia del presidente Milosevic. E che l’intreccio con il potere sia forte lo dimostrano, nel 1995, le spettacolari nozze di Ceca, prorompente star del turbofolk, con il famigerato Arkan.

Osserva Ivana Kronja, una studiosa di media che sull’argomento ha scritto un libro (“Lo splendore letale”, 2001), che alla fine degli anni novanta il turbofolk scivola nel manierismo, nell’erotica banale, nell’amoralità più spoglia. Ciò non toglie tuttavia che il suo successo accompagni potentemente anche il primo decennio del Duemila, un decennio comunque non esaltante per i paesi dell’area, proponendo e rielaborando stilemi musicali ed estetici. Venendo anche reinterpretato da nuovi cantanti e diffuso da canali mediatici dedicati, come le televisioni satellitari (ad esempio DM Sat di Dragana Mirkovic, lei stessa cantante affermata) per le numerose comunità di emigranti.

Di più, il turbofolk, proprio a causa del suo stesso successo, ha perso le specificità nette del suo genere – ammesso che queste siano mai state ben definite – per diffondersi, influenzare e spalmarsi su buona parte della generosa produzione musicale di consumo dei Balcani. Come dice la Djordjevic, diversi artisti e produttori abbracciano in qualche modo questo tipo di musica usando appunto il turbofolk come base per le loro canzoni.

Insomma nessun dubbio che il turbofolk continui a riprodurre la sua popolarità (di ascolti, di concerti, di cd e dvd) ed a fare costume – pur disimpegnato e commerciale – accompagnando la quotidianità dei Balcani nei poco promettenti tempi presenti. Tuttavia, pur nella sua ostentata leggerezza, ha saputo anche creare legami e perfino identità culturali comuni: cose non facili oggi in quei luoghi. E nel difficile traghettamento dalla Jugoslavia alla “jugosfera” il turbofolk ha avuto ed ha un suo ruolo deciso: occorre oggi riconoscerglielo con onore.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 5, 2012 da in Uncategorized.
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