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l'inserto culturale di East Journal

La poesia di Wisława Szymborska

di Matteo Zola

Il silenzio delle cose nella poesia di Wisława Szymborska

Introduzione

È all’incirca a partire dalla metà del Novecento che si acutizza la percezione di un contrasto tra l’espansione della tecnologia e la sensazione di un incombente pericolo dovuto al moltiplicarsi di danni e devastazioni irreversibili. Tali problematiche iniziano a porsi non più solo come dibattito puramente teorico ma entrano a far parte a pieno titolo di un sistema ideologico e di una coscienza popolari. Ed ecco che assistiamo a un successo di massa di varie correnti di pensiero, ispirate persino alle filosofie orientali, e all’affermarsi di un’idea di uomo come parte di un tutto cosmico, accanto ad altre affascinanti quanto bizzarre interpretazioni di questo tipo. D’altro canto si diffondono termini quali ecologia, naturale, biologico, quasi come fossero parole magiche capaci di cancellare dalla coscienza collettiva la crescente consapevolezza che con quell’ambiente, sfruttato e violentato in nome del progresso, prima o poi dovremo tornare a fare i conti.
Nella maggior parte dei casi la superficialità dell’immagine che l’uomo ha di se stesso e della natura non consente una piena emancipazione: l’uomo non cessa infatti, più o meno consapevolmente, di ritenersi il signore della natura, e se in alcuni casi arriva a percepire i sensi di colpa per averla degradata ritiene pure di poter rovesciare il processo.
I problemi accennati inquietano e al contempo ispirano molti scrittori. In Italia si può in tal senso apprezzare l’opera poetica di Pier Luigi Bacchini e la recente raccolta di poesie Sovrimpressioni di Andrea Zanzotto. Il tema della relazione tra uomo e natura è uno dei più importanti nella produzione poetica di Wisława Szymborska .

Un’unilaterale conoscenza

Questo componimento lo si può trattare come analisi dei motivi ecologici della lirica della Szymborska ma, in senso più ampio, anche come esempio di quelli che nella sua poesia sono rapporti tra l’uomo e le cose altre da sè. In questo filone si inseriscono testi quali Appello allo Yeti (1957), Conversazione con una pietra (da Sale 1962), Vista con granello di sabbia (da Gente sul ponte 1986), La cipolla (da Grande numero 1976) e Nuvole (da L’attimo 2002) in cui l’elemento naturale è assunto come simbolo delle cose inanimate che circondano l’uomo e con cui quest’ultimo si trova suo malgrado a relazionarsi, a dialogare. Ma si tratta davvero di un dialogo? Di un confronto paritetico? L’autrice offre una risposta fin dall’inizio:

Un’unilaterale conoscenza tra me e voi
sta evolvendosi niente male.

So cos’è una foglia, cosa un petalo, una spiga, una pigna, uno stelo
e cosa vi accade in aprile e cosa in dicembre.

Anche se la mia curiosità non è ricambiata,
su di alcuni mi chino in modo speciale,
e rispetto ad altri alzo ancor più la testa.

Avete presso di me dei nomi:
acero, bardana, primula
erica, ginepro, vischio, nontiscordardimé,
ed io presso di voi, nessuno.

La constatazione dell’unilateralità del contatto dell’uomo con la natura è motivata dall’esperienza (non trattiamo le piante come esseri) e dalla ragione (in quanto esistenze inferiori in ordine evolutivo non sono nella possibilità di parlare con noi; il dialogo è una prerogativa dell’uomo). La conoscenza umana sul mondo delle piante è vasta e specialistica, i singoli esemplari hanno nomi propri grazie ai quali li estrapoliamo dal caos della natura. L’attribuire un nome inoltre imita l’atto della creazione, poiché ciò che è innominato è avviato all’inesistenza. La natura in questa poesia è, da parte dell’uomo, osservata, ma l’uomo non lo è da parte della natura. Questo rimane però un punto di vista del tutto umano, un’ipotesi che rispecchia lo stato della conoscenza.
La situazione abbozzata nella poesia mostra l’uomo nell’atto di chinarsi su di un’esistenza diversa da sé. Per quale motivo? Per curiosità –risponde la poetessa. Le piante non provano curiosità nei confronti dell’uomo, quindi non solo la parola ma anche la curiosità -la volontà di conoscenza- sono caratteri distintivi del genere umano. E queste sono già due caratteristiche superiori e distintive. Ma non ne esistono di comuni? Certo:

Il nostro viaggio è comune.
Durante un viaggio si parla,
ci si scambiano pareri quantomeno sul tempo
o sulle stazioni passate nella corsa.

Non mancherebbero argomenti, giacchè molto ci accomuna.
La stessa stella ci tiene nella sua portata.
Gettiamo ombre sulle stesse leggi.
Cerchiamo di conoscere qualcosa, ognuno a modo suo,
e ciò che non sappiamo, anche questo ci accomuna.

Ora muta il modo di osservare il mondo delle piante, la convinzione della sua diversità viene infatti completata da un elenco di somiglianze, risultanti dall’appartenenza dell’uomo (in quanto soggetto osservante) e delle piante (come esistenza osservata) all’universum della natura. Ci sarebbe da aspettarsi che tale comunanza venga motivata su basi biologiche, attraverso la similitudine delle molecole o della fisiologia, invece l’autrice introduce il topos della vita come viaggio. Le piante nobilitate al rango di interlocutrici innalzano il loro status al livello dell’essere umano sia nella sfera della cultura (viene voglia di parlare con esse) sia in quella della natura (in quanto siamo soggetti alle stesse leggi: del tempo e della materia). Il passo citato è centrale all’interno del componimento, tanto dal punto di vista della composizione quanto da quello dell’idea, delinea una situazione che da parte del soggetto parlante si presenta come possibile: un relazionarsi tramite empatia. Le piante potrebbero intavolare un dialogo con noi se solo lo volessero. L’uomo è già pronto a questo. Attende solo una risposta, un accoglimento dell’invito:

Chiarirò come posso, chiedete soltanto:
che cos’è guardare con gli occhi,
perché mi batte il cuore
e perché il mio corpo non è radicato.

All’essere umano pare che le piante siano in grado di ricambiare la sua curiosità conoscitiva. I caratteri umani superiori : il senso della vista, il battito del cuore, la mobilità, possono essere per le piante interessanti nella loro diversità, e forse -chissà- anche come caratteristiche degne d’essere invidiate. Tuttavia all’umana offerta rispondono il silenzio e l’indifferenza:

Ma come rispondere a domande non poste,
se per giunta si è qualcuno
così tanto per voi nessuno.

Dietro al silenzio delle piante, scrive la poetessa, non si nasconde affatto un’incapacità di empatia, bensì un’insormontabile autonomia degli esseri di un altro genere. Le piante non hanno coscienza della coesistenza; l’uomo è per loro nessuno non perché lo disprezzino ma per il fatto che della sua esistenza non hanno consapevolezza. Quindi non sono neppure capaci di intrattenere un dialogo, nonostante le migliori intenzioni dell’uomo. L’antropomorfizzazione si rivela da questo punto di vista un’illusione. Tuttavia il discorso continua:

Arbusti, boschetti, prati e canneti –
Tutto ciò che vi dico è un monologo,
e voi non lo ascoltate.

Il monologo è proprio un dialogo in cui il destinatario del messaggio diviene il suo emittente.

Il dialogo con voi è necessario e impossibile.
Urgente nella vita frenetica
e rimandato a mai.

Il dialogo con le piante seppur necessario, è pure impossibile. Resta un’idea, un desiderio di conoscere, un’insoddisfazione della curiosità dell’Altro. Alla fin fine quindi l’esistenza umana, nonostante l’appartenenza al mondo naturale, si risolve in un ambito suo proprio ed esso è la solitudine esistenziale.
Qui occorre segnalare forse prima di tutto la famosa Conversazione con una pietra, la quale è un qualcosa di duro e al tempo stesso palese, un esistere “di per sé” che non consente all’uomo di essere accolto al suo interno; ed è così, secondo l’autrice, che si comporta nei nostri confronti il “resto del mondo”, anche se non ce ne rendiamo conto. Come questa pietra appare anche, nella visione della Szymborska, l’altro uomo, fosse anche il più prossimo.
Nella poesia La cipolla l’autrice conduce la descrizione attraverso la contrapposizione con la struttura imperfetta dell’uomo ma al termine del componimento compare una conclusione univoca:

La cipolla, questo lo capisco:
la più opulenta pancia del mondo.
Da sola con aureole
per la propria gloria si avvolge.
In noi – grassi, nervi e vene,
mucose e secrezioni.
E ci è negato
l’idiotismo della perfezione.

La raccolta L’attimo, e principalmente le poesie Nuvole o appunto Il silenzio delle piante, documentano la potenza ma pure l’indifferenza e l’indipendenza della natura. All’ammirazione della natura si accompagna la disperazione per la propria transitorietà. L’uomo e la natura potrebbero allora essere accomunati dalla sofferenza ma si ritrovano ancora separati dalla consapevolezza. Rimane il senso dell’unicità della nostra condizione, finanche della solitudine che accompagna tale unicità al punto, che in una delle ultime raccolte, Grande numero (1976), l’attenzione si sposta al rapporto tra individuo e società rivendicando l’importanza dell’individualità nei confronti della moltitudine. Ma infine il cerchio di estrema solitudine che circonda l’uomo non sembra rompersi e riecheggiano i versi di Salmo: «Solo ciò che è umano è in grado di essere realmente estraneo».

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 13, 2012 da in Critica letteraria con tag , , , , .
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