café golem

l'inserto culturale di East Journal

Est

di Giovanni Catelli

Non  posso ritornare da qui.

Ogni  giorno, ancora, mi attardo, nella stazione affollata, salgo e discendo  le scale di tutti i marciapiedi, rincorro vanamente quel desiderio di  partire che conoscevo prossimo e insaziabile nelle pianure del passato,  ascolto con attenzione i richiami severi dell’altoparlante, che annunciano  con precisione minuziosa ogni possibile sosta di questi treni già lontani,  distillano con chiarezza nomi di città per cui partire senza rimorso,  esauriscono sino alla sofferenza il numero delle destinazioni meritevoli,  ognuna, di un’intera vita, ma non riesco a seguirli, neppure nella penombra  delle intenzioni, non saprei abbandonare la certezza viva e materiale  di questo miraggio, l’artificio ineluttabile della memoria, l’ostacolo  felice del tempo mai trascorso, da confondere nella svagatezza di ogni  giorno, senza temere la sua debole rincorsa, la sua indolenza, la fortuna  irripetibile del suo ritardo.

 

Non  posso più lasciare questa città, forse aspetto solo un’ambulanza lanciata  come una falce, sul lungofiume, impazzita, forse cammino soltanto per  non essere visto, ma non с’è riparo dalla sorte, neppure tra queste  pietre che rovesciano, sulle mie mani, ferruginosi rumori del passato,  sono tutte in attesa di essere vendute, s’inarcano dentro il desiderio,  sono ansiose di tradire, ma il loro stesso peso le trattiene, il manto  sottile della polvere, ancora, è più tenace di un’immensa catena.

Non  conosco alla perfezione i volti delle strade, non li posso ricordare  senza averle, ad una ad una, traversate, devo soltanto proseguire, smarrirmi,  in questa geografia di flebili intenzioni, la matassa del rimpianto,  sola, mi affatica, voglio dipanarla senza mai capire quando, alle mie  spalle, si sarà perduta, ora è il momento di avanzare, soli, nell’aria  cristallina di aprile, non cerco più bagagli, tasche, tracolle, in  cui serbare il soffio del presente. Ho stretto negli occhi, nella mano,  un frusciare di libri, leggeri come piume, come foglie cadute, come  annunci di spettacoli sospesi, ho respirato l’aria lontana degli anni,  abbandonati lungo il fiume dalla puntualità dell’inverno, posso unirmi  alla conversazione serale delle piante, dei ciottoli, della ringhiera,  dei gradini che scendono verso la corrente, conosco i loro sussurri,  la vibrazione del loro saluto, agli ultimi tram che s’affrettano, come  bancarelle di luce, sull’umida groppa del ponte, verso l’isola dei  Tiratori, so che potrei restare, qui, trascinato in secca, adagiato  al riparo, su una pietra asciutta, sino a non sentire più il richiamo  fremente della possibilità, il suo canto leggero di sirena, nitido  ed implacabile.

Cammino,  ancora, come sempre, le strade nella città si muovono senza riposo,  nascono e rinascono ad ogni esitazione della luce, come potrò salvare,  nella memoria, una sola immagine di ognuna, distinta e perenne, con  i volti chiari di una folla immutabile, prigioniera e felice tra le  mura di una fotografia, senza più destino, risvegli, partenze, solo  il momento vuoto della via, l’incavo luminoso della pausa, del passo  leggero, dello sguardo levato, l’assenza, da una meta, dal tempo, dalla  catena indissolubile delle conseguenze?

No,  non sarò mai raccolto dalla rete invisibile di un ricordo, mi accingo  soltanto a costruirne, con disperata ostinazione, per sapere che a qualcuno  questa vita segreta sia concessa, patria laterale, ostello, quarantena,  debole rifugio nella terra desolata del futuro. Il vento non porta più  per le strade i giornali, questi treni si perdono per incontrare la  sera, non si smarrisce mai l’occasione d’esser soli, ogni giorno mi  siedo nella piazza tardiva in cui tremano i venti, non ricordo nemmeno  l’ora degli antichi trasporti, rimango, sino alla completa fatica delle  tenebre, agli sguardi severi dei brumisti affacciati sul crinale del  buio, nessuno, nessuno ha la forza di accettare la notte, l’evidenza  segreta dell’oscurità, resisteranno le vie senza la stretta paterna  degli occhi, le piazze, senza la mano tesa degli incontri, dove andremo  a gettare il porfido insidioso del rimpianto, la città intera si è  smarrita nelle strade uguali che ospitavano i miracoli, e l’assenza  gelata delle cose è minacciosa, non si scorge difesa per i giorni trascorsi,  ancora il vento pattuglia la polvere attardata negli incroci, ma il  disegno della vita si disperde, la rete ordinata delle ore s’è strappata,  rimane la scatola di luce dei miraggi, come un’illusione precisa nella  notte, un immenso regalo per chi non ricorda, una cieca nave disabitata,  senza rotte, mari prosciugati alle sue spalle, una sola pianura di gelo  a custodirne il ritardo, a svelare l’occasione, l’offerta, la preda,  per la mano del mercante che arriva, già si fa strada nel fango, scivola  con artifici da funambolo, è vicino, sempre più vicino il profumo  di sangue del suo sorriso migliore.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 16, 2012 da in Racconti con tag , , .
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