café golem

l'inserto culturale di East Journal

L’assedio di Dizdarevic

di Andrea Monti

Oslobodenje”, in serbo-croato, significa “liberazione”. Non è un  caso che a portare questo nome sia uno dei quotidiani storici di Sarajevo, fondato dai partigiani che lottavano contro l’occupazione  nazista della Jugoslavia. Purtroppo un’altra generazione di redattori  della stessa testata ha dovuto vivere una guerra: ne fa parte Zlatko  Dizdarevic, che ha raccontato il dramma degli anni ’90 dal suo interno,  mentre si stava compiendo.

Giornale di guerra (Sellerio, 1994) è la descrizione  dell’assedio di Sarajevo da parte di chi ho la vissuto. La capitale  bosniaca rimase stretta nella morsa del conflitto per quasi quattro  anni: “Oslobodenje” continuò a uscire ogni giorno, grazie al lavoro di  circa 70 giornalisti musulmani, serbo-bosniaci e croato-bosniaci. A  guidarli c’era Dizdarevic, che racconta di essere cresciuto “in una  famiglia in cui ci si sentiva prima di tutto jugoslavi”.

La redazione  del quotidiano, insomma, era uno scrigno in cui si difendeva quella  “convivenza delle diversità” che i signori della guerra volevano  distruggere: ancora di più, però, era un luogo di resistenza umana,  oltre che professionale, all’orrore. Continuando a credere nel loro  lavoro, i giornalisti di “Oslobodenje” si ostinavano a credere nella  dignità della persona. Viene in mente Se questo è un uomo di  Primo Levi: il suo sforzo di ricordarsi i versi di Dante nel lager è il  simbolo di tutti i tentativi di opposizione al male da parte dell’uomo.  Dizdarevic non è Levi, non ha la sua stessa altezza letteraria, ma le  miserie della città assediata sono le stesse dei campi di  concentramento: il giornalista ci racconta le lotte per trovare l’acqua,  le stragi senza senso, i piccoli gesti di ogni giorno che assumono una  valenza enorme, impensabile in tempo di pace. “Considerate se questo è  un uomo, che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo  pane, che muore per un sì o per un no”: i versi della poesia che apre  il capolavoro di Levi esprimono lo stesso dolore, la stessa rabbia  vitale che prova Dizdarevic, che prova ogni uomo colpito da un’atrocità  troppo grande per essere accettata.

Nel dicembre 1993, a conflitto in corso, il Parlamento europeo  conferì a “Oslobodenje” il Premio Sacharov per la libertà di pensiero.  Nello stesso anno gli editori Kemal Kurspahic e Gordana Knezevic furono  premiati dalla World Press Review per “il loro coraggio, la loro tenacia  e la loro dedizione ai principi del giornalismo”. I riconoscimenti  internazionali, tuttavia, non sono bastati a diffondere a sufficienza Giornale  di guerra anche in Italia, sebbene il libro sia stato tradotto da  un personaggio famoso come Adriano Sofri. C’è bisogno di ritrovare un  testo del genere, se si vuole capire cosa è successo a pochi chilometri  da casa nostra: ce n’è bisogno, soprattutto, se si vuole comprendere  quale spinta ha permesso ai Balcani di sopravvivere, quale forza d’animo  animava chi ha “combattuto” la guerra schierandosi dalla parte della  vita.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il aprile 17, 2012 da in Critica letteraria con tag , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: