café golem

l'inserto culturale di East Journal

Proust nel gulag

di Matteo Zola

Autoritratto di Jozef Czapski, 1937-1939

Parigi 1924. Joseph Czapski, ventottenne rampollo di una famiglia  aristocratica polacca, arriva nella capitale francese con un piccolo  gruppo di amici artisti per dedicarsi allo studio delle belle arti.  Vuole restarci qualche mese per imparare lo stile del Ventesimo secolo,  ma Parigi lo tratterrà per sette anni. La letteratura lo interessa non  meno della pittura. C’ è un nuovo stile moderno francese fatto di frasi  brevi, spezzate e di temi all’ ordine del giorno. Poco dopo il suo  arrivo però gli capita tra le mani uno dei volumi della smisurata opera  di un francese morto due anni prima, Marcel Proust.     Sulle prime  quelle pagine lo meravigliano e non sa come maneggiarle  intellettualmente: gli sembrano del tutto in antitesi con quello che  percepisce essere lo spirito del tempo; il cubismo e il futurismo impongono la loro pedagogia trasgressiva quanto intransigente, tutto ciò  che non è attuale non esiste. Ma poco dopo Czapski, durante una  malattia, riprende in mano quei volumi fitti di frasi che sembra non  debbano mai finire. Ora Proust lo colpisce al cuore, lo legge e lo  rilegge anche se, mentre insegue lo stendardo della modernità in pittura  che vuole riversare nel proprio Paese, ancora non sa bene a cosa gli  servirà quell’ opera sconcertante e come fuori dal tempo.

 

Griazowietz, Unione Sovietica, 1941. Un gruppo di quattrocento militari  polacchi – soldati e ufficiali – è detenuto in un campo di prigionia sovietico. È quanto resta di un contingente molto più vasto, almeno  quindicimila uomini, che nell’ aprile del ’40 i russi hanno deportato  verso Nord dai campi di Starobielsk, Kozielsk e Ostaszkow; molti dei  dispersi giacciono assassinati dall’ Armata Rossa nelle fosse di Katyn.  Joseph Czapski è uno dei prigionieri del campo.     Rientrato in patria  dopo il soggiorno parigino è stato il fervido animatore della battaglia  per la modernizzazione dell’ arte polacca contro il passatismo e l’inerzia della tradizione; adesso però deve combattere contro altri  nemici, il gelo, la fame, le malattie, gli interrogatori, le cimici delle brande dell’ ex convento trasformato in  campo d’ internamento. È tanto tempo che i volumi di Proust non li ha  più tra le mani, ma non li ha mai dimenticati e ora,  nella paura e nel degrado, capisce davvero a cosa gli possono servire.  La sera, dopo i lavori imposti ai prigionieri, riunisce nell’ ex  refettorio i suoi compagni e inventa per loro una imprevedibile serie di  conferenze.     Mentre lui parla, con le mani intirizzite qualcuno  appunta ciò che dice: molti anni dopo la guerra le conferenze vedranno  la luce con un titolo che ne spiega l’ esistenza: Proust contro il  degrado.

«Questo non è un saggio letterario nel vero senso della parola –  scriveva Czapski nell’introduzione – si tratta piuttosto di ricordi su  un’ opera alla quale dovevo molto e che non ero sicuro di rivedere  ancora nella mia vita».     In effetti, a leggere quelle conferenze di  Griazowietz, pubblicate in italiano dall”immancabile  casa editrice napoletana, L’ Ancora del Mediterraneo, ci si trova davanti non a un  saggio letterario, ma a un atto di resistenza intellettuale.

Accanto a Proust, Czapski guarda all’ opera  del compatriota Gustaw Herling, a lui legato dalla comune esperienza  vissuta: come Herling anche Czapski, dopo la prigionia nel gulag, si era  unito all’ armata polacca del generale Anders combattendo insieme agli  inglesi contro i nazisti in Africa e in Italia e, come Herling in Un  mondo a parte, anche Czapski aveva raccontato in un breve testo  intitolato Terra inumana la tragica sorte degli ufficiali polacchi  imprigionati e scomparsi in territorio sovietico prima che la Germania  con l‘Operazione Barbarossa rompesse il patto con l’ Urss.

La Ricerca del tempo perduto nell’assenza cronologica del campo di prigionia diventa per Czapski una guida alla  libertà possibile e insieme una ricognizione della forza spirituale  contro l’ orrore della storia.  «La morte gli era divenuta  indifferente» si legge nelle ultime righe delle conferenze (da cui il  titolo dell’ edizione italiana del libro: La morte indifferente. Proust  nel gulag). Anche Czapski, grazie al libro evocato dalla memoria nello spazio angusto del  campo, ritrova la possibilità di muoversi in un tempo e in un mondo  perduto, che soltanto non cedendo alle condizioni del presente disumano  avrebbe potuto ridiventare il mondo futuro.

Con lui la sorte fu  clemente: dopo la guerra e il servizio nell’ esercito di Anders riuscì a  sottrarsi alla Polonia sovietizzata e si trasferì di nuovo nell’ amata  Parigi. Riprese a dipingere e scrivere, ma fu anche tra gli  organizzatori della rivista Kultura, uno dei principali organi della  dissidenza polacca in Francia. Per non dimenticare i campi dell’ orrore e  i compagni di prigionia che, con una disperata e insieme fiduciosa  partecipazione, ascoltavano le sue chiacchierate serali sul Faubourg  Saint-Germain «ammucchiati sotto i ritratti di Marx, Engels e Lenin,  sfiniti dopo una giornata di lavoro al freddo, con temperature che  raggiungevano i quarantacinque gradi sotto lo zero».

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 17, 2012 da in Critica letteraria con tag , , , , , , , .
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