café golem

l'inserto culturale di East Journal

Sirene a Budapest

di Giovanni Catelli

I tram non ritornano, da anni, lungo la via Thököly. I binari, inflessibili, proseguono senza timore, verso la distanza, i  grigiori vuoti, l’orizzonte. Ogni giorno alle sedici, nelle giornate d’inverno, s’accendono i bulbi  giallastri della pubblica luce, mentre la sera già fugge dal cielo, con  insospettata sincronia, verso il buio. Al volgere d’ogni settimana, da anni, le sette meravigliose immobili  sirene, che scrutano la via dall’emporio SZ, mutano d’abito  nell’infinita vetrina, che curva i suoi pallori e prosegue, nella via  Muranyi, dove quattro ulteriori silfidi condividono l’ignoto  cambiamento e l’ombra. Nient’altro mai racchiude la vetrina, solo arredi  bianchi e paraventi candidi sino a mezz’altezza; nessuna luce la  ravviva o riscalda, nelle ore oltre il giorno, solo fioche lampadine  abbandonate, accese, al fondo dei locali, ove balenano geometriche,  ordinate schiere d’abiti. Un remoto, denso, indistruttibile torpore spira dalle ignote sale:  neppure per un giorno, da anni, ho visto spalancarsi l’ampia porta che  reca le iniziali del nome, né quel complicato meccanismo di metalli  opposto alla visione, al passaggio, all’apertura; un’eterna vigilia  sfiora quelle sale, colme già nell’ombra d’un remoto rammarico e  ritardo, una minaccia lenta e vasta, una sciagura immobile, lontana. C’è chi, assiduo, sorveglia la vita delle bianche prigioniere, ne scruta  la bellezza, dimentico del traffico, dell’ora, dei passanti, ne segue  l’indicibile mutare, al volgere dei giorni, della luce, dei minimi  eventi che la strada offre al loro sguardo di perla : nel tempo i  testimoni si moltiplicano, l’osservazione, pur cauta e silenziosa, si  concentra ed affina, si scorge un accadere, al di là della vetrata, un  impercettibile vivere, un pallido, segreto sapere.

Si dice, ormai con solida certezza, tra chi veglia, che la quarta  prigioniera muova di frequente gli occhi, tesa, nell’annuncio d’un  passo, d’un abbrivio, d’un gesto più preciso, e guardi, verso la  stazione, il dorso della galleria, la vittoria alata, i pennoni, dove  spesso la sera s’adunano le nubi, raggiunte ancora dalla luce. A volte, un vento bianco, cieco, batte gli intonaci scuri, la polvere, i  binari stupiti, le pozzanghere : allora i suoi occhi s’abbassano,  pensosi, sfiorano materie sconfitte, in fuga tra i selciati, il collo  appena s’inarca in un moto di rifiuto, trema la selvaggia chioma nera. Già ora se n’è certi: dovrà venire, inesorabile, il giorno del loro  fuggire, ancora è lontano, più avanti, invisibile nelle foschie del  futuro, senza nome o cifra noti, ma verrà : passando nella strada,  guardando, le ho viste oggi più vicine, protese verso il vuoto, i venti  della via, ferme accanto al vetro, e sospese, a strane pose d’assalto, e  d’agguato, quasi pronte alla furia delle cose, all’urto del presente,  abili alla vita, consapevoli del moto, e d’ogni minimo fatale gesto  necessario: una folla d’ombre si macera fedele nell’attesa, stabilisce  segreti turni di soccorso, veglie insospettabili alla pace del  quartiere, transiti ordinati ed incessanti: ogni giorno s’affinano i  contatti, cenni e sguardi più precisi moltiplicano intese, fissano  progetti, tessono la trama del futuro, l’infinito spazio sognato nella  quiete, la fulminea geometria di gesti e di frantumi, calcolata già per  l’urto il volo i passi, l’annunciata meraviglia d’ogni loro fragile  avanzare.

Verrà, senza lasciar distinguere la soglia dell’evento, quell’attimo  impensabile, infisso nel presente come un grido, un solido arrestarsi  delle cose: verrà, quell’immenso stupore, all’unanime boato di vetri che  si spezzano, al loro passo irreparabile nel vuoto, all’improvviso  ritrovare gesti sospesi per la vita, forse minime parole, fragili  sussurri, lenti nomi della gioia: fuggiranno, sì, per sempre,  all’apparire della luce verso il giorno, alla fresca città che si  risveglia, per conoscere le brezze dell’alba lungo il fiume, la voce  delle chiatte cariche di buio, l’alito invisibile dell’acqua, che soffia  sulle rive i palpiti del viaggio, l’infinita silenziosa libertà, senza  risposte o vane ricompense, il puro assistere alle cose senza tempo,  esentate ormai dalla sorte, dal calcolo cieco degli anni, dall’immobile  cifra del presente, già ignote al destino, già perdute, anche per noi,  con l’ignara voce del domani a chiamarle invano dentro i giorni.

di Giovanni Catelli

poeta e scrittore di confine, viaggiatore dell’est, ha pubblicato Geografie (1998) e Lontananze (2003) per l’editore Manni. L’esordio poetico è del 2008, con la raccolta Treni. Collabora assiduamente con Nazione Indiana.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 17, 2012 da in Racconti con tag , , , .
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