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l'inserto culturale di East Journal

Hermann Ungar: uno scrittore dimenticato nella Praga degli anni venti

di Giuseppe Dierna

  

  La recente pubblicazione in italiano, presso Silvy Edizioni, di due bei romanzi di Hermann Ungar (La classe e I mutilati, tradotti rispettivamente da F. Stelzer e C. Bovero), mi spinge a recuperare questo breve intervento risalente agli anni della prima conoscenza dello scrittore in Italia.

 Nel 1897, dopo le grandi manifestazioni con le quali la popolazione ceca di Praga aveva difeso la nuova legge che elevava finalmente il ceco (accanto al tedesco) a lingua ufficiale della burocrazia all’interno dell’Impero Austro-Ungarico, i club calcistici tedeschi della città decisero di non giocare più con le squadre ceche, dando l’avvio a un boicottaggio che (con la sola eccezione dello “Sturm”, dove militava il giornalista-scrittore Egon Erwin Kisch) rimase in vigore fino al termine della Prima Guerra Mondiale. Esistevano però ugualmente sofisticati meccanismi di conteggio che sopperivano alla mancanza di incontri diretti. Così, ad esempio, se la squadra tedesca del “D.F.C.” di Praga incontrava – a Berlino o a Vienna o a Budapest – una squadra che di lì a poco giocava a sua volta con i boemi dello “Slavia”, un calcolo indiretto dei goal e dei calci d’angolo stabiliva una gerarchia che esisteva non nella realtà ma solo lì, sulla carta.

   All’inizio del nuovo secolo, la comunità tedesca di Praga (non più del 7,5% della popolazione, e composta per un terzo da ebrei) viveva ancora in questo ímpari assedio, come una ricca isoletta nell’immenso mare boemo, e – non diversamente dalle locali squadre di pallone – anche le due culture riuscivano a comunicare spesso solo per interposta persona, grazie a faticosissimi giochi di sponda, sebbene queste sponde portassero talvolta i nomi illustri di Max Brod o di Pavel Eisner, autorevole germanista e traduttore di Kafka in ceco.

La «letteratura tedesca di Praga» – sufficientemente mitizzata negli ultimi decenni da far passare in secondo piano i problemi concreti di quella difficile convivenza – si sviluppa nei limiti di questo squilibrio che è a un tempo economico ed etnico. Ma, a ben guardare, col passare degli anni, lo stesso termine coniato per indicarla mostra vistosi segni di approssimazione, delineandosi sempre più al suo interno una numerosa colonia di scrittori di nascita mòrava che – sebbene si trovino pur sempre a incrociare Praga – con la città non condividono quel rapporto privilegiato leggi­bile in filigrana nei testi di Gustav Meyrink o di Paul Leppin (lasciando a Kafka una posizione a parte nel suo rapporto col mito della città). Rispetto al neoromanticismo lirico dei confratelli praghesi, la loro scrittura si carat­terizza infatti per un più minuzioso realismo, per la chiara tendenza a una prosa psicologistica che, se da un lato riflette influenze dostoevskiane e gli effluvi psicoanaliti­ci che si irradiano dalla vicina Vienna (senza dimenticare che lo stesso Freud era nato in Moravia), dall’altro attinge al retaggio di una tradizione già viva – nella Moravia di lingua tedesca – nei racconti tragici di Jakob Julius David o nelle malinconiche narrazioni di Ferdinand von Saar.

Di questo più sparuto drappello mòravo (nel quale trovano posto narratori come Ludwig Winder ed Ernst Weiss) il pubblico italiano ha cominciato da poco ad apprezzare l’ope­ra di Hermann Ungar che – benché raggiunto con un ritardo di più di mezzo secolo (con l’eccezione dei Minorati [1946], in seguito più correttamente tradotto I mutilati) – con le sue quattro traduzioni uscite in sedici mesi tra il 1989 e il ‘90, sembrava voler rapidamente colmare quell’immotivato ritardo.

Nato nel 1893 a Boskovice (una trentina di chilometri a nord di Brno) da genitori ebrei, dopo aver frequentato il Ginnasio tedesco di Brno, H. Ungar passò a studiare Legge prima a Berlino, poi a Monaco e infine a Praga dove – dopo la pausa della guerra che lo vede sul fronte russo e in Galizia, dove rimane gravemente ferito – incomincia a lavorare in uno studio legale e quindi in banca. Nel 1920 Ungar, che – come Max Brod e, in parte, anche Kafka – ben conosceva il ceco, viene trasferito nella legazione berlinese del Ministero degli Esteri della neonata Repubbli­ca Cecoslovacca e, infine, nuovamente a Praga dove ritorna nel 1928 e dove per quasi un intero anno si tormenta prima di scegliere di dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore. Ma, come in un melodramma dai facili effetti, un’ap­pendicite mal diagnosticata lo stroncherà dopo solo tre settimane dall’aver preso la travagliata decisione.

Al momento del suo rientro a Praga, Ungar aveva però già dietro le spalle una discreta carriera di narratore, inau­gurata nel 1920 dai due racconti di Ragazzi e assassini, cui aveva fatto seguito, tre anni dopo, il fascinoso romanzo I mutilati (entrambi tradotti tra l’89 e il ’90 da Bollati Boringhieri, il secondo ripubblicato ora da Silvy Edizioni). Qui lo scrittore paga il suo debito alla Praga notturna e inquie­tante del mito (quella che un personaggio della Notte di Valpurga [1917] di Meyrink aveva definito «città di pazzi e assas­sini»), la Praga che viene assunta da sfondo – certo molto discreto – alla degradazione del povero impiegato di banca Franz Polzer, ultimo discendente della lunga schiera di umiliati e offesi coi colletti bianchi che, da Gogol’ in poi, sempre più affollano le pagine dei romanzi, fino ancora allo Josef K. del quasi coevo Processo.

La passione per i lati oscuri della psiche, non diversa da quella che spingeva lo stesso Franz Polzer a conservare ritagli di giornale sui fatti di cronaca nera, aveva poi portato Ungar a pubblicare nel ‘25 il racconto L’assassinio del capitano Hanika. (Tragedia di un matrimonio), analisi psicologica di un autentico caso giudi­ziario dibattuto al tribunale di Brno un paio di anni prima, accorata denuncia delle semplificazioni con le quali pubblico e giurati avevano affrontato la delicata questione delle motivazioni e degli impulsi di quel tragico gesto.

Lo scavo nel profondo dei personaggi (egli «opera chirurgicamente le loro nere anime infelici, mostrandone la struttura», aveva scritto nel ’26 il suo traduttore ceco Jan Germela), lo svelamento dei meccanismi psi­chici individuali, furono infatti per Ungar l’impulso mag­giore di una scrittura che si è sempre posta come registra­zione dall’interno, descrizione dei complicati processi con i quali l’individuo reagisce agli stimoli esterni. L’inse­gnante Josef Blau, il protagonista del suo secondo e ultimo romanzo, La classe (per la prima volta in italiano presso L’Editore nel ’90, oggi in una traduzione rivista presso Silvy Edizioni), che precede di soli due anni la morte dello scrittore, è allora materiale privilegiato per questo tipo di narrazione. La sua estrema labilità, il suo continuo porre in discussione ciò che lo circonda, lo spingono infat­ti ad elaborare ampie e masochistiche costruzioni mentali che si riveleranno, alla fine, false elucubrazioni generate dalla sua paura del mondo, parto della sua mente eccitata.

Costretto a vivere con la moglie incinta e la suocera sotto uno stesso tetto, Josef Blau vede nel mondo esterno un avversario irriducibile che vuole solo la sua rovina: cosi gli studenti che egli immagina sempre intenti a progettare malefatte nei suoi confronti, cosi la moglie che già vede tra le braccia dell’aitante professar Leopold, cosi l’ambi­guo e inquietante servitore Modlizki che con J. Blau aveva condiviso l’infanzia degli orfani nelle cucine dei ricchi, indiscusso parente dei tanti suscitatori di odio rivoluzio­nario di cui sarà ricca la coeva letteratura tedesca di Praga, da R. M. Rilke a Meyrink, e il cui nome sembrerebbe rimandare, non meno ambigua­mente, al ceco modliti, «pregare», o anche ai modla: i «simulacri», gli «idoli». Espressione di un minac­cioso odio di classe, il personaggio di Modlizki era del resto già comparso nelle stesse vesti in un bel racconto dei primi Anni Venti, poi confluito nel volume postumo che ne ereditava il titolo: Il viaggio di Colbert (uscito nel ’90 in italiano presso L’Editore, con una prefazione di T. Mann), volume dove però – tranne i primi due racconti nei quali ancora risalta la maestria compositiva di Ungar – sembrano racco­gliersi solo brevi schizzi narrativi se non addirittura frammenti utilizzati poi proprio nella Classe.

Ma cos’è questo mondo che tanto terrorizza il professor Blau? E’ soprattutto il mondo abbandonato dall’ordine, il mondo che sta rinunciando (volontariamente) alle regole che ne assicuravano la stabilità, un mondo colto proprio nel tragico momento del passaggio. Perché, se in Kafka l’ordine si è ormai infranto e noi assistiamo alle prime catastrofi­che conseguenze (perché «qualcuno doveva aver calunniato Josef K.»), e se in Heimito von Doderer l’ordine già da molto fran­tumatosi genera parvenze di ordine, una regolarità posticcia e ridicola (nel bel racconto Le finestre illuminate, ovvero Come il consigliere Julius Zihal divenne uomo, del 1950, uscito da Einaudi nel ‘61), in Ungar il lettore è invece chiamato ad osservare, impotente, l’ordine dissolversi sotto i suoi occhi, e l’in­tero romanzo ne è la minuziosa registrazione filtrata attra­verso la mente stravolta di Josef Blau.

Con abile mossa di narratore, nella Classe Ungar capovol­ge infatti il punto di vista del «racconto di iniziazione scolastica» – che, nella tradizione mitteleuropea (dal Törless di Musil a Nel nome del padre di M. Bellocchio), aveva sempre privilegiato l’occhio dello studente – e lo trasferi­sce nello sguardo dell’insegnante che discetta sugli antido­ti da opporre alla rivolta degli alunni (o alla non meno pericolosa bellezza della moglie) dai quali si sente conti­nuamente minacciato, elaborando assurde regole di comporta­mento che ne possano imbrigliare le potenzialità eversive: in gita li fa marciare in rigoroso ordine alfabetico, mentre in aula egli stesso si obbliga a un controllato immobilismo, perché sa che il movimento rende flessibile il confine «tra il superiore e l’unità dei sottoposti». (Da questo punto di vista si legga con attenzione il primo capitolo, tutto magi­stralmente costruito su questa opposizione tra immobilismo e mobilità.) E quando, verso la fine del romanzo, il mondo – o meglio: ciò che egli filtra del mondo – lo ha terrorizzato al punto da produrgli uno sbocco di sangue e costringerlo a letto, è ancora nell’ordine che egli cerca rifugio e fuga da ogni responsabilità, sommando e moltiplicando inutili cifre perché «ciò non comportava nessun tipo di conseguenza, nes­suno doveva morirci». Non quindi le ansie metafisiche del giovane Torless che trovavano nutrimento nella fascinazione dei numeri immaginari, ma la più tranquillizzante certezza delle quattro operazioni, quasi anticipazione parodica di quell’ordine che, nel decennio successivo, sarebbe diventato in Germania drammatica certezza.

Non minor terrore suscita però nel professor Blau la coscienza che il mondo trasferisca sui figli le colpe dei genitori abbandonandoli poi alla propria solitudine priva di radici, il senso di un destino al quale non si può sfuggire, ossessione che – fin dalle misuratissime cadenze del raccon­to introduttivo di Ragazzi e assassini – mai abbandonerà l’orizzonte narrativo di Ungar, trovando forse in que­st’ultimo romanzo una possibile soluzione. Dopo il prota­gonista di quel primo racconto, costretto a espiare col de­litto la degradazione del padre, dopo il Franz Polzer dei Mutilati che nel proprio disgusto per le donne espiava le visite notturne del padre nella camera della zia (e l’osses­sione di quella scriminatura bianchiccia sulla testa della zia non lo abbandonerà mai, tornando anche nel romanzo suc­cessivo), nella Classe il professor Josef Blau – testimone della degradazione dell’ordine ma, anche e soprattutto, di se stesso – quasi avesse potuto contare sull’esperienza dei personaggi precedenti, sa che la propria colpa, la propria debolezza, dovrà essere fatalmente scontata dal figlio, ma a salvarlo è il suo prenderne coscienza: «non sono più colpe­vole di altri – dirà infatti nelle ultime pagine del romanzo – ma sono stato scelto per riconoscere la mia colpa». Forse questo riconoscimento e la sua accettazione, riavvicinandolo al figlio da poco nato, fermerà anche la catena della colpa, il tragico basso continuo del destino.

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