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Massimo Onofri : Tondelli e la sua generazione

di Massimo Onofri

A breve distanza dal ventennale della morte di Pier Vittorio Tondelli riproponiamo un articolo scritto da Massimo Onofri in occasione dell’uscita del saggio: Pier. Tondelli e la generazione, di Enrico Palandri.

Con questo articolo, Massimo Onofri inizia la sua collaborazione con Cafè Golem. Lo ringraziamo.

E’ stato pubblicato nella collana “Contromano” dell’editore Laterza. L’ha scritto Enrico Palandri: che l’ha suggestivamente intitolato Pier. Tondelli e la generazione (pp. 122, 9 euro). In effetti, in queste pagine non si entra mai nel merito d’una valutazione letteraria circostanziata dell’opera di Tondelli, e quando a quell’opera s’accenna, nel caso di Altri libertini piuttosto che di Pao pao, a proposito di Rimini o del postremo Camere separate, nonostante si sappia di avere di fronte uno scrittore via via molto diverso, e (aggiungo io) molto diseguale, lo si fa per parlare d’altro: della generazione, appunto, la stessa di Palandri (solo d’un anno più giovane dell’autore di Un week end postmoderno), quella di cui Tondelli fu, non si sa se più testimone o simbolo, icona tragica o santino, interprete lucido o euforico e motivato promotore. D’altra parte: chi potrebbe di quella generazione, come Tondelli, misurare sul proprio nome un fenomeno, non si sa se più sociologico o letterario, come il tondellismo? E poi: c’è stato qualcuno, di quella generazione, che, come Tondelli, ha consumato i suoi ultimi anni in un generosissimo lavoro di talent scout, al punto di consegnarci alcuni tra gli scrittori più interessanti dell’ultima guardia (da Romagnoli a Canobbio, da Conti alla Ballestra)? E ancora: quanti altri narratori italiani potranno essere ricordati, da scrittori più giovani, con lo stesso affetto e ammirazione, con la stessa nostalgia, com’è ancora ricordato Tondelli, morto a trentacinque anni di AIDS, quando in genere, a quell’età lì (e a chi va bene) si comincia di solito a pubblicare?

Palandri ne è convinto: bisogna lasciare «da parte la questione impossibile sul valore letterario di Tondelli». E più avanti: «La contemporaneità è (…) un quadro da cui si può uscire solo con la rinuncia o la morte. La tentazione di offrire una risposta alla domanda sul “valore di Tondelli” rischia così di accavallarsi al desiderio di liquidare un’epoca, il nostro tempo, congelando in una graduatoria i valori letterari e voltando pagina». Che è, lasciatemelo dire, un modo un po’ ricattatorio di porre la questione: trasformando in persecutore di Tondelli, e di tutta la sua generazione, chiunque osi avanzare qualche dubbio critico (ed estetico) su quell’esperienza letteraria. Come se la letteratura non fosse, in primis, un’esperienza di tipo estetico. Siccome non sono iscritto all’anagrafe (nemmeno ideologica) di coloro che si rivolsero con risentimento a recensire Altri libertini (1980) e Boccalone (1979), i libri con cui Tondelli e Palandri esordivano -l’anagrafe, insomma, di critici come Alfredo Giuliani, qui espressamente chiamato in causa, forse perché il meno severo-, ma appartengo alla schiera dei fratelli minori, credo di poterlo affermare spassionatamente: se si puntasse sul valore letterario delle opere di Tondelli, e non sulla generazione, nessun discorso di ambizione diciamo storica (per usare termini che Palandri, col suo understatement, biasimerebbe), potrebbe reggere. Tondelli –che pure ha raggiunto, talvolta, i suoi buoni traguardi-, senza andare molto lontano, e restando a un confronto coi suoi coetanei (i quali, certo, hanno avuto il vantaggio di sopravvivergli: e di maturare), non si può ritenere nemmeno il migliore: tra i suoi romanzi non ce n’è uno che valga Luisa e il silenzio dell’amico Claudio Piersanti. Questo bisogna averlo chiaro: se no non si va da nessuna parte.

Giusta, allora, l’intuizione di Palandri nel coniugarlo alla sua generazione. Ma anche in questa prospettiva, bisogna stare attenti. C’è stato chi, come Marco Belpoliti, l’ha fortemente contestato. In effetti, Palandri parla di sé e di Tondelli, dei loro sodali anagrafici, come d’«una generazione di eretici» («l’eresia è la storia degli sconfitti»), di «non garantiti», senza «ambizioni carrieristiche personali», incapace di costituirsi come gruppo, soffocata dal perbenistico (se non addirittura controriformistico) abbraccio tra Dc e Pci, e violentemente espulsa proprio in ragione della sua stessa esibita, non irreggimentabile, giovinezza. Lasciamo pure stare l’uso un po’ disinvolto, e alquanto generico, del sostantivo «eretici». Epperò non si può non osservare che si tratta di discorsi abusati, forse logori: mentre ci pare di risentire, con quella dialettica tra garantiti e non garantiti, l’eco dell’Asor Rosa di Le due società (1977). Nello stesso tempo, la traduzione di Palandri delle più profonde istanze della generazione in termini meramente libertari, a ridimensionare il coefficiente terroristico, lascia spazio a più d’una osservazione, anche maliziosa: e induce a chiedersi come mai radicali e socialisti, che del compromesso storico furono gli irriducibili avversari, non raccolsero quei consensi che una generazione sittale avrebbe, invece, dovuto loro garantire. Per tutte queste ragioni, sono d’accordo con Belpoliti: qualora, appunto, si carichi il termine di troppi significati. Assai diversa è la questione se invece, restringendo il campo, parliamo di “generazione letteraria”: allora sì che il “caso Tondelli” diventa emblematico. In questo senso, Tondelli non è davvero, secondo la tesi centrale di Palandri, colui che «proprio grazie alla sua capacità di staccarsi dalla politica (…) riuscì a portare  al di là della frana molto di quello a cui si era dato forma negli anni settanta». E’, piuttosto, lo scrittore che ha interpretato e tradotto, meglio di tutti gli altri, i limiti di un’intera generazione (le qualità, invece, erano proprio le sue).

C’è, in tal senso, un passaggio del libro di Palandri molto significativo: quando, a proposito della rivista «Panta» voluta da Elisabetta Sgarbi proprio su misura di Tondelli (in collaborazione con Alain Elkann e Elisabetta Rasy), racconta come si decise «di rinunciare alla tradizionale sezione critica e di pubblicare solo racconti». Credo che quella rinuncia fosse solo illusoriamente volontaria: la verità è che «Tondelli e la generazione» non si negarono, ma furono semplicemente negati alla critica. Un difetto di critica –certo: anche per reazione all’ubriacatura scientifica e semiologica degli anni in cui Tondelli e i suoi coetanei si formarono-, che fu, innanzi tutto, un difetto di cultura. Andate a rileggervi le pagine ora incluse nel II volume delle Opere di Tondelli pubblicate da Bompiani, e che raccoglie Cronache, saggi, conversazioni. La voce di Tondelli è fresca, la sua intelligenza onnivora: affamata di tutto, impegnata sull’intero orizzonte dell’esperienza possibile, ma mai capace di verticalizzazioni. Cinema e radio, musica rock, letteratura, sistema della moda: ogni cosa pare a portata di mano e uguale all’altra, di facile e piacevole impiego. Ma se tutto è immediatamente fruibile, niente sembra veramente compreso da Tondelli. Gli euforici e cinici maestri di Bologna –da Eco a Barilli-, dove lo scrittore studiò al DAMS, hanno lavorato bene: ogni fatto di cultura è stato ridotto a mero segno, ed ogni segno, perfettamente sostituibile all’altro, partecipa dell’illimitato processo semiotico, non importa se nodo d’una cravatta o verso di Petrarca.

L’azzeramento d’ogni gerarchia di valori dentro la celebrazione d’un eterno presente, la moltiplicazione indiscriminata e orizzontale delle sollecitazioni, pare provocare, nella generazione che s’affaccia al mondo adulto, una sorta di analfabetismo di ritorno. Tondelli è profondamente interessato alla letteratura. Ma, senza coordinate e privo di quadri di riferimento com’è, ogni incontro gli appare come una fantastica scoperta. Che uno scrittore sia nato a due passi da Correggio, dove lui è nato, basta a rappresentare davvero il primo se non l’unico motivo per amarlo. Se tenta di ricostruire «la tradizione letteraria emiliano-romagnola», può provare eguale felicità, stesso entusiasmo di scoperta, per Antonio Beltramelli come per Marino Moretti: fa quasi tenerezza quando, per il Padrone sono me di Alfredo Panzini, parla addirittura di «un giovane Holden sulla riviera, furbo e sarcastico». Del resto, quella di Panzini è una storia che ignora: per quanto la sua ansia di conoscenza resti commovente. Se il pensiero di quegli anni è naturalmente “debole”, la letteratura ci appare addirittura fioca (fatte salve le inevitabili eccezioni). Ma per gli scrittori la situazione pare addirittura più difficile che per le scrittrici: le quali, per legittima difesa, almeno tennero viva una tradizione, quella femminista, non importa se per superarla.

Nel 1990 apparve un libro di Stefano Tani sulla narrativa degli anni ‘80 il cui titolo mi sembra ancora felice: Il romanzo di ritorno. Non si trattò, in effetti, d’un ritorno al romanzo ma d’un romanzo di risulta: per una volontà di raccontare senza più filtri, esemplata su modelli occasionali, su predilezioni episodiche, e maturata, nel migliore dei casi, sulle urgenze della biologia. Non per niente, i narratori migliori della generazione furono quelli che rifiutarono le mediazioni intellettuali, puntando tutto su una disposizione che parve miracolosamente naturale, talento puro: il notevolissimo Sandro Veronesi, Andrea De Carlo, pur se con minore continuità. Cresciuti tra quelle macerie, i narratori che esordiscono negli anni ’80 si possono capire: non hanno più sensi di colpa nei confronti di padri assenti, non coltivano, della letteratura, l’idea complessa che ha la generazione precedente (quella di Celati, Cerami, Debenedetti, Tabucchi, Vassalli, Cordelli, Orengo, Montefoschi, per capirci), mentre vivono, del mestiere di scrittore, non la realtà, piuttosto il mito, tra adolescenziale e televisivo, se è vero che sono già i media, non i libri, a fabbricare i sogni. Epperò bisognava aspettarselo: caduto, per la prima volta, ogni meccanismo regolativo e selettivo, ogni distinzione tra alto e basso, ogni gerarchia di valore, tutto sarebbe ritornato dentro un generico e generale indifferentismo etico ed estetico. Quello per cui, su un piano letterario, riesce sempre più difficile distinguere tra Franco Enna e Leonardo Sciascia, Susanna Tamaro e Carlo Cassola, Oriana Fallaci e Pier Paolo Pasolini. Il trionfo indiscriminato di quella che, una volta, veniva detta letteratura di genere mi pare la finale e definitiva prova del nove.

Ho detto adolescenziale: perché la generazione di Tondelli (una generazione né di padri, né di figli, ma di fratelli, con un enfatico e venturoso senso dell’amicizia) sarebbe stata quella che, per prima, avrebbe protratto sino all’estenuazione il tempo e il giuoco dell’adolescenza, consegnandosi all’unico dovere veramente condiviso, quello di restare perennemente giovani. Non per niente, sono molte le pagine che Palandri dedica al racconto di come si diventa “grandi”: le più belle, le più toccanti.

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