café golem

l'inserto culturale di East Journal

Filippo La Porta su Pier Vittorio Tondelli

di Filippo La Porta

Apocalissi e travestimenti

Rileggendo Tondelli e riflettendo sul suo percorso artistico-intellettuale vorrei fermare l’attenzione su tre punti. Schematicamente:
1)Un intrepido sperimentatore di generi
Tondelli non ha scritto probabilmente nessun romanzo all’altezza di Seminario sulla gioventù (per forza di concentrazione, per immaginazione linguistica), ma, al contrario di Aldo Busi, in tutta la sua opera è rintracciabile una linea di ricerca costante, il senso di un dialogo serrato, appassionato (con gli altri e con sé): e si tratta della ricerca di una verità (generazionale, esistenziale) e di una “forma”. In questo senso lui è il vero sperimentatore della nostra narrativa recente – libero sperimentatore solitario (certo più a livello di “strutture”, di generi compositivi che a livello di lessico), senza alcuna affiliazione o ideologia letteraria precostituita.
2)Il patto con i lettori
Tondelli ha sempre cercato – ostinatamente, ossessivamente – un proprio pubblico. Questo in qualche modo lo responsabilizza e sembra dare alla sua sperimentazione stilistica un “limite” prezioso: la giustifica interamente, le dà necessità e un “peso specifico” di cui ha forse bisogno.
3)Una maschera per dire il vuoto
Tondelli trapassa dal giovanilismo aggressivo ed esibito ad una meditazione dolente, pudica, sulla morte e sulla solitudine immedicabile. E riscopre così il silenzio. L’esito del suo percorso non è certo di “restaurazione”. Anzi, in un certo senso ha dimostrato, al contrario di molti suoi epigoni, di riuscire ad andare oltre il postmodernismo (inteso come effervescente mitologia di un’epoca). Tondelli ci ha raccontato meglio di chiunque altro il paradossale, inesprimibile desiderio di sparire nella società sovraffollata e  pervasiva degli anni ’80. I sociologi di Birmingham hanno parlato, a proposito dei giovani degli anni ’80 di un “nascondersi nella luce”. Tondelli a un certo punto non vuole più nascondersi nella luce. Grande “trasformista”stilistico ha trovato alla fine una maschera per “dire” il vuoto, la solitudine immedicabile, insomma “the dark side of the moon”.
Sull’aspetto della “sperimentazione dei generi” non c’è molto da aggiungere. L’opera stessa di Tondelli, così variegata, multiforme, è assai esplicita al riguardo. Romanzo di formazione, autobiografia “trasgressiva”, hard-boiled, melo’, e fino allo zibaldone-diario-testimonianza. Non mi vengono in mente altri scrittori italiani che hanno attraversato con eguale disinvoltura e mimetismo stilistico l’intero spettro dei generi e sottogeneri della cultura di massa. Ma a questo aspetto è collegato immediatamente l’altro, e cioè la ricerca o “inseguimento” di un pubblico. Dopo gli astratti furori postavanguardistici e dopo gli estenuati metaromanzi dei suoi fratelli maggiori Tondelli intende rivitalizzare e aggiornare il genere del romanzo,sente la necessità di un nuovo patto con i lettori, da cui soltanto può nascere uno stile personale. Il punto è: quale patto e con quali lettori? Come Pasolini Tondelli ha avuto una rubrica di posta su una rivista popolare (“Rockstar”), oltre agli articoli su “Linus”, e anche attraverso quel tipo di “pedagogia” culturale lo scrittore si cercava un proprio pubblico; ma – e questo è ciò che conta – un pubblico esigente, dialogante, critico, un pubblico da fustigare ogni tanto. Per lui la cosiddetta “democrazia letteraria” non può coincidere con un allargamento tout court del pubblico di utenti della letteratura, ma passa attraverso una “qualità” del rapporto con la letteratura .
Elogio del silenzio, elogio della lentezza e di un tempo interiore…l’immagine di Tondelli, scrittore iperattivo, rutilante, incline a trasgressione e scandalo pubblico (nell’Italia ancora democristiana degli anni ’80), non viene solitamente associata ad una attitudine del genere. Eppure ho l’impressione che la verità più profonda della sua produzione consista in questo: nel graduale scoprire la propria intima vocazione a ritrarsi, a sparire, in quella che ha chiamato una volta “volontà di svanimento” , che nasce – non tanto consapevolmente – da un sentimento gnostico-pagano (direi assai poco cristiano) dell’esistenza. In particolare, recensendo l’amatissimo Handke Tondelli parla di un epos della scrittura, fatto di desiderio di sparire, di separarsi da tutto, insieme di “bisogno di sentire la vita pulsare” (Opera completa, Bompiani, II,p.979). Se come ha osservato Pampaloni il personaggio sveviano di Zeno è impegnato a duellare con le proprie maschere anche Tondelli duella incessantemente con le proprie maschere narrative (più o meno posticce, artificiali, effimere), per poi trovare, forse un volto appena decifrabile dietro le maschere. Il punto non è quello di una metafisica dell’autenticità, ma capire come l’ultimo “travestimento”letterario di Tondelli – il romanzo melo’, funebre e intimistico – gli permetta di afferrare una verità che va oltre il sortilegio e la menzogna letteraria. Di Camere separate trovo interessante non tanto il momento della preghiera e della contemplazione (sappiamo che anche quell’”ascolto delle cose e degli uomini” – Opera completa Bompiani I, p.995 – può tradursi in una una nuova retorica, soprattutto quando diventa manifesto programmatico – vedi certe cose molto prescrittive di Celati), quanto il momento in cui Leo avverte una mancanza e una impossibilità, un vuoto che non sa riempire, il senso di sfuggire sempre “il centro della sua angoscia e del suo dolore” – Opera completa I, p.992. Di Tondelli si potrebbe dire: un esistenzialista travestito da Andy Warhol, uno gnostico pop.
Vorrei sottolineare come l’intera produzione tondelliana sia controcorrente rispetto a se stessa, rispetto alle sue stesse motivazioni: contiene come una “resistenza” interna. Tondelli ha voluto e saputo parlare i molti linguaggi (e dialetti) della contemporaneità, si è identificato nella figura di uno scrittore cosmopolita, insofferente del “borgo”, curioso verso le mode e sempre up to date, incline a intrattenere e a fare spettacolo perfino dell’apocalisse, ma aspirava a difendere la solitudine e la tradizione, la provincia e il silenzio, una autenticità pudica e antispettacolare che nasce da una meditazione sulla morte: proprio questo è l’aspetto davvero eversivo della sua ricerca, anche se apparentemente l’ultima fase potrebbe essere giudicata come restaurazione, come ritorno all’ordine o alla normalità. Ora, evidentemente anche la “scoperta” del nulla, della morte rappresenta, dal punto di vista letterario, un’altra “maschera” (lo stile di un autore è sempre un mix di artificio e autenticità). Però questa maschera permette a Tondelli di dire fino in fondo quello che prima non era riuscito a dire, a rappresentare senza più veli il centro buio, innominabile e luttuoso, dell’esistenza. E forse in ciò lo scrittore trova anche una idea più drammatica e urgente, meno ludica, di letteratura.
Pier Vittorio Tondelli è stato il cantore, a volte innamorato e a volte ipercritico, non solo di una generazione (come si dice un po’ riduttivamente) ma della nostra fine di secolo. Voleva che dai suoi libri “scaturisse l’espressione di un’età, di un periodo, le canzoni, le parlate…”, così come avvenne per Scott Fitzgerald (e la sua non era l’età del jazz ma l’età del rock). Di quel periodo è stato il cantore in un certo senso solare, “bianco”, pagano, mentre il Pazienza da lui ritratto ne era stato il cantore “nero”, disperato, notturno. Ma credo che dentro quella solarità si celasse , come ho già anticipato, un umore apocalittico. Certo Tondelli ha saputo interpretare la nostra epoca, il nostro paese, in modo più ricco e onnicomprensivo rispetto agli altri scrittori suoi coetanei, dando inoltre a questa interpretazione una dimensione pubblica. E lo ha fatto attraverso gli strumenti del romanzo, del saggio, dell’autobiografia, del diario di viaggio, della recensione, della rubrica di risposta alle lettere. Quando al giovane Pier Vittorio che fa l’autostop accade di essere “raccolto” da un pensionato di 64 anni e snobbato dai freakkettoni su Dyane piene di decalcomanie, sentiamo che è finita un’epoca di utopie e di speranze … Dietro la scrittura euforica, spumeggiante, si rivela un centro luttuoso, apocalittico del libro. Il senso della fine pervade queste pagine: fine del romanzo (non abbiamo alle spalle una generazione d’oro da raccontare ma “solo frammenti, reperti, tracce lasciate…”), fine di qualsiasi comunità alternativa e controcultura, fine del rock (“una musica che non pensa più alle rivolte, alle proposte”). Anche se questa fine assomiglia a un lungo crepuscolo artico, dai cui segnali e bagliori Tondelli resta sempre affascinato. Dei molti fili che attraversano Un weekend postmoderno e direi la produzione recente di Tondelli vorrei qui ribadire la ricerca di un qualche “silenzio” interiore, contro il rumore assordante della postmodernità, il bisogno di guardare le cose prima di consumarle voracemente, la necessità di arrestarsi, “dopo tante narrazioni e tanto raccontare”. Come annota nel 1987, “anche starsene un po’ zitti e cercare di crescere nell’interiorità può essere un gran bene”. Il suo è un silenzio che oggi ci appare perfino eversivo, se pensiamo a questa smania collettiva dello scrivere, dell’”esprimersi”, sulla quale ironizzava già Molière nel Misantropo. No, per Tondelli a un certo punto il demone della scrittura, il gioco illusionistico dei travestimenti devono fermarsi, per confrontarsi con qualcosa che resiste tenacemente alla parola letteraria, ma che continuamente quella parola letteraria deve tentare di nominare. A Kerouac preferiva Fante, perché, al contrario dei beat, Fante non crede affatto che la letteratura da sola possa cambiare il mondo o donarci una qualche “salvezza”. Abbiamo prima visto come Tondelli trovò la maschera stilistica per raccontare il vuoto (che incombe sul “pieno”apparente di esperienza negli anni ’80), per fermare quel vuoto anche per un attimo, per rappresentarlo (dato che la letteratura è sempre anche “rappresentazione”, nonostante ciò che pensino i neoavanguardisti). E non riuscirono a trovare quella “maschera” altri scrittori suoi coetanei. Non Lodoli (troppo letterario e autoappagato), non Palandri (pur bravissimo a raccontarci l’amore per la primavera e per la giovinezza), non Del Giudice (impegnato a descrivere con esattezza le superfici), non Benni (privo di dubbi su dove stiano il Bene e il Male). E anche per questo la sua sperimentazione è per noi preziosa: perché si sforza, correndo anche qualche rischio (il carattere informe, caotico del Weekend postmoderno, certa ingenuità sentimental-crepuscolare di Camere separate), di rendere comunicabile, nominabile una parte sempre più ampia di esperienza, e il suo lato in ombra.

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