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Silvio Perrella : Su Il primo uomo di Gianni Amelio

di Silvio Perrella

Attorno a Il primo uomo, il bellissimo film di Gianni Amelio estrapolato dal libro postumo di Albert Camus, sento esserci una reticenza. Non solo perché ha avuto difficoltà ad essere recepito dai festival, e questo ne ha ritardato di molto l’uscita nelle sale; non solo perché anche l’uscita nelle sale sembra essere fatta alla chetichella, ma anche per l’accoglienza della critica, sin qui genericamente buona ma non di più.

Si tratta invece di un film importante; un film che, sono sicuro, si troverà da sé nel tempo il suo pubblico, andando a colpire l’immaginazione e i sentimenti di ogni spettatore pronto alla conoscenza attraverso le immagini.

Il libro di Camus è stato ritrovato dalla figlia Catherine tra le lamiere dell’automobile nella quale  – era il 1960 – Camus trovò la sua morte precoce. Solo l’amorosa pazienza di una figlia poteva sconfiggere la lacunosità del libro, portandone alla luce la filigrana intima.

Il solo fatto di avere pensato a questo libro per farne un film fa capire la cocciutaggine della  ricerca filmica di Amelio. Si trattava di superare difficoltà non da poco, e non usuali per il cinema italiano. Ma l’urgenza era tale che evidentemente ogni difficoltà poteva essere relativizzata.

Fare i conti con se stessi: nell’intimo, da soli, con onestà, senza infingimenti, sapendo accettare le sconfitte subite e quelle che si subiranno. E’ questo il tema del libro, ed è questo il tema del film.

Amelio estrapola da Camus – innanzitutto individuando un attore preciso ed essenziale – i suoi temi espressivi e li innerva di un filamento personale. Un filamento vibratile, non del tutto a vista, ma ben presente. E’ così che l’Algeria di Camus e la Calabria di Amelio si dàanno segretamente la mano e possono instaurare un colloquio geografico che non rimuova le ragioni dolorose della Storia.

In maniera diversa, si tratta di di terre coloniali, dove la vita degli autoctoni non solo è difficile, ma spesso negata. La tragicità del colonialismo  è, oltre che pragmatica, linguistica.

Lo si vede bene durante le feste che si svolgono a scuola, dove il piccolo protagonista del film, può sottrarsi alla recita delle falsità solo recitando una poesia. Ma è l’unico, perché i suoi compagni sono stati costretti, senza esserne ancora del tutto consapevoli, ad articolare un racconto falso e inverificabile, che li priva di ciò che è più prezioso: la coscienza veridica di loro stessi.

Nascere in terre coloniali e andare a vivere nei luoghi in cui la colonizzazione ha avuto inizio è la contraddizione di chiunque si provi a valicare gli stretti confini di un conflitto angusto.

Camus quella contraddizione la mise a nudo; si fece portavoce di una possibilità d’intesa, dove il conflitto non veniva affrontato con la forza distruttrice della violenza. Fu mal compreso da tutti, ma seppe testimoniare se stesso con una dignità di cui in molti oggi nel mondo gli sono grati.

Tutto ciò Amelio lo rende visibile con il linguaggio del cinema. Senza forzare la mano, lasciando che le immagini respirino da sé, inventando prospettive e filtrando i tempi del passato con quelli del presente. Attorno al “primo uomo” si dispongono gli affetti primari della madre, della nonna, del maestro di scuola, di un compagno arabo. E con tutti c’é un’intensità non retorica, fatta sì di parole, ma soprattutto di gesti.

Senza teorizzarlo, Amelio  si fa portavoce della necessità impellente di un umanesimo che sappia ripartire dagli elementi primi, un umanesimo “solitario e solidale”. E’ un tragitto difficile, ecco perché attorno al suo film è avvertibile la reticenza di cui parlavo all’inizio. Ma è la strada.

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Un commento su “Silvio Perrella : Su Il primo uomo di Gianni Amelio

  1. MARIAROSA
    maggio 20, 2012

    Ho visto il film di Amelio,e condivido tutto ciò che lei dice in questo articolo,
    Camus non si deve dimenticare, certe verità sono scomode ancora al giorno d’oggi,e l’amore per la verità,la vita,il destino?,non gli hanno permesso di terminare
    Il primo uomo,in cui troviamo le sue radici,le difficoltà dell’ambiente in cui si formava,e che anche se intorno era tanto secco,quel fiore “doveva” sbocciare.
    Un fiore che ha sempre amato,anche da lontano in esilio,le sue radici.
    L’umanità di cui lei parla è un valore che dobbiamo portare avanti,saremo in pochi,forse come a vedere quel film,ma dobbiamo crederci!

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 30, 2012 da in Cinema con tag , , , .
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