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l'inserto culturale di East Journal

Il vile agguato. Chi ha ucciso Borsellino?

di Matteo Zola

Rossa, come la misteriosa agenda forse mai esistita ma vera nella mente di quanti, sventolandola, l’hanno fatta diventare simbolo di un bisogno di giustizia. Rossa è la copertina de Il vile agguato (Feltrinelli, euro 15), di Enrico Deaglio, agile volume che ripercorre un aspetto fondamentale della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia: quello dell’omicidio Borsellino. «Nel 1996 questo sapevamo. Che il giudice Paolo Borsellino era stato ucciso da un semideficiente con la complicità del cognato, di un carrozziere e di impiegato dei telefoni. Ma ci bastò, era qualcosa». Il suo è il racconto di una mistificazione cui tutti abbiamo creduto per complicità, consolazione o disinteresse. Abbiamo cioè creduto che la morte di Borsellino fosse stata un semplice attentato, ordito dalle seconde e terze linee di Cosa nostra, come dichiarato dal pentito Vincenzo Scarantino, imbeccato dalla polizia per proteggere i veri colpevoli. E di Scarantino l’autore traccia un ritratto impietoso che è anche il nostro ritratto, la faccia di chi gli ha creduto. Poi, nel 1998, in un’udienza del processo Borsellino bis, Scarantino ritratta: “Mi hanno torturato! Tutto quello che ho detto è falso!”. A suffragare la sua confessione c’era Salvatore Cancemi, boss di Porta Nuova, pentito per scampare a Provenzano, che già nel 1995 ammonì i magistrati “a non farsi fregare da un fasullo del genere”. Ma i magistrati credettero al fasullo.

Ci vorrà Gaspare Spatuzza nel 2009 per inchiodare il bugiardo, che confessa (per l’ennesima volta) di essersi inventato tutto. E allora tornano alla luce le incongruenze che Deaglio dettaglia con precisione.

Qui il libro prende una sua fisionomia: non un’inchiesta ma un atto d’accusa. Mancando verità giudiziarie sufficienti e definitive, Deaglio si appoggia a quelle che fin qui sono le ricostruzioni della procura della Repubblica di Caltanissetta che proprio sull’omicidio Borsellino sta indagando. Al tempo stesso, però, Deaglio va oltre quanto fin qui ricostruito dagli inquirenti e fa ciò che un magistrato non può fare: prende posizione e denuncia quella che oggi i giornali devono ancora chiamare la “presunta Trattativa” per dire a chiare lettere: lo Stato trattò con la mafia.

La trattativa fu condotta da Vito Ciancimino, allora sindaco di Palermo, e l’ex colonnello dei Ros, Mario Mori. Ma – scrive Deaglio – si temeva che Paolo Borsellino potesse osteggiarla. Si decise così di eliminarlo, con il silenzio connivente dello Stato, in quello che fu il “vile agguato”. Il magistrato era infatti venuto a sapere, il 28 giugno 1992, dalla collega Liliana Ferraro, dei contatti tra i carabinieri del Ros, guidati dall’allora colonnello Mario Mori, e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino. Contatti finalizzati alla cattura dei latitanti, almeno secondo gli investigatori dell’Arma, che però Cosa nostra intese diversamente se è vero quanto scrivono i pm nisseni per i quali il colonnello Mori, il suo superiore generale Subranni e il capitano De Donno che l’accompagnava negli incontri con l’ex sindaco «sono soltanto il livello statuale più basso di questa trattativa».

E ai livelli più alti? Chi erano i referenti in quella Prima Repubblica al collasso? Mancino, forse Violante, Mannino. E si spinge oltre: si stava costruendo una Seconda Repubblica, un nuovo partito, e c’erano da tessere fila. Lo dice apertamente Deaglio: la mafia trovò i suoi nuovi referenti in Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Poi stila l’elenco di coloro che, servitori dello Stato, servirono l’anti-Stato: Arnaldo La Barbera, «il miglior sbirro di Palermo, plenipotenziario delle indagini» sulla morte di Borsellino. “E’ lui l’autore del più spettacolare depistaggio della storia italiana?”. Non lo sapremo mai, La Barbera è morto nel 2002, mentre era indagato per quella notte di “macelleria cilena” alla scuola Diaz al tempo del G8 di Genova. Ma Deaglio scava nel passato di La Barbera fino a quel giorno in cui «i servizi segreti gli offrirono uno stipendio aggiuntivo». Il suo capo al Sisde divenne Bruno Contrada, condannato nel 2006 in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

A un certo punto l’autore racconta di quel tratto di strada di via d’Amelio, obiettivo sensibile e ben protetto, di un’esplosione mai avvenuta e di un magistrato, Paolo Borsellino, «l’uomo che all’inizio degli anni Novanta ha dato il colpo finale a Cosa nostra». Ma è una scena alla Buongiorno notte di Bellocchio, un sogno come quello della liberazione di Moro da parte delle Brigate Rosse. Moro e Borsellino, una suggestione che cattura l’attenzione dell’autore: cinquantasei giorni, quelli che passarono tra la cattura e il ritrovamento del cadavere di Moro, quelli tra la strage di Capaci e di via D’Amelio. Suggestioni, nulla più, che lasciano immaginare un copione segreto, un demiurgo che gioca con la tragica storia del nostro paese.

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Un commento su “Il vile agguato. Chi ha ucciso Borsellino?

  1. MARIAROSA
    luglio 18, 2012

    Voglio pensare che il teatro del nostro paese cambi,certe persone hanno dato la vita per portare avanti ciò in cui credevano, certo c’è da indignarsi tanto a pensare che “qualcuno” voglia rimettersi in campo! Stà a noi cambiare questo teatro,senza grandi illusioni,ma con la fermezza che la verità nel tempo avrà la meglio.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 5, 2012 da in Recensioni con tag , , , .
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