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l'inserto culturale di East Journal

Il Racconto – Roberto Barbolini

di Roberto Barbolini

IN VINO VERITAS

«Scusami, ma il tuo frizzantino proprio non lo sopporto, ormai dovresti saperlo. Ti dispiacerebbe darmi un vino serio?»

E storce la bocca allontanando il bicchiere.

È sempre stato un finto gourmet.

Vagli a spiegare che questo nettare spumeggiante, vinificato col metodo champenoise, è buonissimo e ha ricevuto un premio prestigioso. I pregiudizî più duri a morire sono quelli del palato, soprattutto per chi manca di gusto. E Angelo, il mio socio in affari, non ne ha mai avuto un briciolo, basta guardare come va vestito: sempre quelle giacche sciancrate costosissime e la pochette dai colori troppo vivaci che spunta dal taschino, come ormai solo qualche poeta di provincia. Avrà letto da qualche parte che vestirsi così fa fino e, incurante di mettere ancor più in risalto la sua pancia prominente, continua a strizzarsi in quei tagli impeccabili di Caraceni, in quei cashmerini firmati Cucinelli, che indosso a lui risultano stonati, finendo per accentuare la sua volgarità invece di mascherarla.

Allo stesso modo esibisce la sua male orecchiata competenza in fatto di vini. Deve aver sentito nominare correttamente da qualche sommelier «la» barbera e, se solo può, bacchetta l’ignaro che dice ancora «il» barbera. Ma non saprebbe distinguere una barbera d’Alba da un bottiglione di vinaccio al metanolo. O dal vino della messa che assaggiavamo assieme di nascosto quando facevamo ancora i chierichetti.

È da allora, dai tempi di Noè, che mi è rimasta la passione per il bere: un peccato veniale nella mia vita da sepolcro imbiancato,che si è fatto un punto d’onore di apparire sempre irreprensibile. La rispettabilità, del resto, è piuttosto indispensabile per continuare a svolgere quelle mansioni pubbliche per le quali ho dimostrato assai precocemente un’autentica vocazione.

Solo con Angelo potrei lasciarmi andare: ci conosciamo fin da ragazzini. Abbiamo fatto a botte e fumato assieme le prime sigarette e perfino corteggiato la stessa ragazza, prima della chiamata. Quando Angelo tornò dal servizio militare, avevo già fatto un po’ di strada sotto l’ala protettrice dell’Organizzazione. Sono stato io a proporgli di entrare in affari. A parlar chiaro mi deve tutto, quel cafone. So che da un tipo come lui è inutile aspettarsi un briciolo di riconoscenza. Ma almeno un po’ di rispetto…

Invece neppure questa sera perde occasione per umiliarmi. Si picca di fare l’intenditore, spregiando, dopo il mio prosecco, qualità superiore di Cartizze,un trebbiano di Spagna dolce e rodente, che ti allappa la lingua e t’inonda il palato con un sentore di frutteto: è un piccolo miracolo del gusto ma, per lui, soltanto un altro vino da donnette. Perché Angelo odia i bianchi, da vero razzista enologico: soprattutto quelli con le bollicine. Fa eccezione solo per certi Champagne d’annata costosissimi il cui prezzo, quanto più esorbitante, si trasforma automaticamente in pregio ai suoi occhi. Per il resto, il suo credo è condensato nella frase deliberatamente insultante che accompagna la sua smorfia di disgusto:

«Noi veri uomini beviamo solo rossi, ma forse tu … hai cambiato parrocchia, eh?» ridacchia.

«Dev’essere una specie di malattia professionale, nel tuo campo».

Fingo d’ignorare il suo tono di scherno e intanto mi rodo. Se non fosse per quella storia degli assegni a vuoto, che mi hanno costretto a un prelievo forzoso dalla cassa comune delle nostre cosiddette opere pie, adesso non dovrei starmene qui a ungerlo come una supposta, sopportando i suoi volgari sarcasmi a sfondo sessuale.

GlistappocontrovogliaunCannubiSanLorenzodiRinaldi,masogiàcheèfaticasprecata.Certodiràbravobravissimo,buonobuonissimo,storpiandolariadelBarbierediRossiniconlideadiesseremoltospiritoso;faràschioccarelalinguacomese,invececheunimpomatatoFigarodiprovincia,fosseungrandeintenditore,perchésachesitrattadunvinopregiato:anchequestofapartedeisuoisciocchipregiudizienologici,chegliparalizzanolepapillegustative.Maètuttaunarecita,Angelononèassolutamenteingradodivalutarelaqualitàeccellentedelnettarechestaperbere.

E a me tocca pure d’assistere alla sua ridicola pantomima mentre solleva il bicchiere pieno a metà, lo fa ruotare lentamente, alla maniera dei sommelier che ha visto in televisione; poi, con quel gesto ieratico che conosco così bene, lo solleva all’altezza del naso. Per un po’ resta così, le narici dilatate, le pinne nasali vibranti al diapason. Quindi si porta il calice alle labbra, mi sembra quasi di sentire lo stridere del vetro contro la chiostra dei denti, e lascia filtrare un sorso nella sua boccuccia a culo di gallina.

Ma la commedia non è ancora finita: gonfia le guance a turno, simile a un grasso rospo griffato, rimpallando dall’ una all’altra il liquido celestiale con un leggero strepito di risucchio salivare, come se da un momento all’altro dovesse sputare pezzetti di tartaro misti a sangue nel lavandino del suo dentista di fiducia.

Finalmente deglutisce. La sua faccia è tutta un poema, gli occhi levati al cielo in un’ espressione di godimento quasi sfacciato, come succede solo a certi santi quando simulano l’estasi o alle mogli che fingono l’orgasmo col marito per convincerlo che non hanno l’amante.

Vorrei ridergli in faccia. Invece ci bevo sopra un altro bicchiere spumeggiante, cercando di consolarmi nell’assaporare il bouquet fruttato che ad ogni nuovo sorso mi canta nell’ugola.

Per un po’ questa gradevole sensazione di andare in cimbali e galleggiare nell’aria come un dirigibile -da lassù le beghe del mondo assumono finalmente le giuste proporzioni, è per questo che tanti fedeli sognano ancora di andare in Paradiso- riesce a cancellare il timore che Angelo abbia scoperto i miei maneggi e il grosso ammanco da quella specie di cassa comune segreta, dove storniamo i fondi di cui si alimenta la nostra cosiddetta «beneficenza personale».

«Vuoi un altro goccio di Coca-cola?» mi sfotte, continuando a centellinare con aplomb ostentato il suo barolo. E indica la mia bottiglia ormai vuota.

Dev’essere la seconda o la terza che mi scolo.

Basta questa consapevolezza perché la mia testa incominci a girare. L’euforia di poco fa s’è dissolta in un baleno. Di colpo mi sento precipitare verso il basso, ostinatamente aggrappato al bicchiere, mentre il piombo d’una cena troppo pesante, mescolato ai fumi dell’alcol, mi si piazza tristemente sullo stomaco, intossicando le vene e intorpidendomi il cervello.

Sento il sangue salirmi alla testa mentre continuo a scendere a capofitto verso un gorgo color rosso rubino, inferno spumeggiante già pronto a inghiottirmi. E il peggio è che intanto, come in un brutto sogno, continuo a vedere dal di fuori il mio corpo grassoccio che precipita a testa in giù, goffo e senz’anima come un burattino. La mia faccia, dapprima rosso porpora, passa via via allo scarlatto, al vermiglio, al Borgogna, al Bordeaux, al rosso liquoroso del marsala invecchiato: il mio vecchio vino della messa.

Dio mio, dio mio, che cosa mi sta succedendo? Aggrappato all’ultimo barlume della mia coscienza offuscata, come un naufrago alla chiglia rovesciata nel mare in tempesta, mentre mi sforzo invano di biascicare una preghiera sento le ondate del mio odio per Angelo, vanamente mascherato per tutto questo tempo, crescermi dentro senza più dighe che le possano arginare.

Finchéunlampocolorfosforoilluminadunalucespettralelascena,comeselocchioimpassibiledunacinepresalavessefissatainunattimoeternoconilfermoimmagine.

Una calma quasi innaturale mi raffredda l’animo. Ma è una specie di bonaccia omicida, come la quiete nell’occhio del ciclone

Ormai l’ho capito. Se voglio evitare il carcere, risparmiando la vergogna d’uno scandalo a me stesso e all’Organizzazione planetaria di cui sono l’ultimo dei servi, non rimane che una soluzione: far sparire il mio socio segreto. Sì, mi ripugna definirlo complice, come se la nostra fosse una truffa volgare anziché un florido sistema per trarre il massimo vantaggio personale dalle speculazioni economiche che facciamo in nome e per conto dell’Organizzazione, stando bene attenti a non danneggiarla troppo con operazioni che potrebbero sconcertare o allarmare il nostro target, ma soprattutto rispettando le gerarchie: il sistema migliore per non dare nell’occhio.

Mi dispiace, Angelo caro, ma la mia decisione è ormai irrevocabile: dovrai fare vola-vola, dispiegando le alucce sbrindellate che celi sotto quegli abiti inutilmente costosi. Non preoccuparti: per un Angelo che s’invola, non faticherò a trovare un apprendista cherubino che lo sostituisca. Tutto deve cambiare, perché tutto rimanga come prima.

Reprimo a stento un sorriso gattopardesco.

Lascomparsadelmiosociopasseràquasisicuramenteinosservata:daanniAngelovivesoloe,perquantonesoio,nonhaexmoglioparentistrettiincittà,nonparliamopoidiveriamici.Tranneme,naturalmente.Ocosìcredelui.

Sto giusto finendo certi lavoretti giù in cantina. Lo attirerò di sotto col pretesto di fargli assaggiare uno Château Chablis d’annata, che riservo per le occasioni speciali. Al momento giusto lo stordirò con il badile, poi lo trascinerò fino alla nicchia che s’apre in fondo alla parete. I muri sono insonorizzati e all’esterno non si sentirebbe neppure una cannonata. Ogni grido, ogni implorazione saranno vani: a nessuno salterebbe mai in mente di venirselo a cercare in un posto come questo. Resterà lì per sempre, dimenticato, come la statua inutile d’un santo. Al risveglio si ritroverà murato vivo. Come gli altri tre.

A quell’ora io sarò già in chiesa, a celebrare la prima messa del mattino.

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Un commento su “Il Racconto – Roberto Barbolini

  1. MARIAROSA
    settembre 2, 2012

    Il sapore del potere troppo spesso è come un vinoamaro,non c’è tonaca che tenga purtroppo,e pensare che siamo stati creati a somiglianza di Dio!? …
    Bella la descrizione del racconto,dovrebbe far meditare meglio di un’ omelia,ma non così facile come dire la messa è finita andate in “pace”!.,

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Questa voce è stata pubblicata il agosto 30, 2012 da in Racconti con tag , .
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