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Antonio Tabucchi : Un Ricordo di Paolo di Paolo

 di Paolo di Paolo

Caro Antonio,

c’è una frase di un tuo libro fatto di lettere che dice, più o meno: ti scrivo perché tu sappia che anche se non ti è materialmente possibile essere presente, sei qui fra noi presente più di tutti gli altri presenti. Mi è venuta voglia di scriverti una lettera nel giorno in cui compi gli anni. Ci sono molti amici e molti lettori che ti stanno festeggiando tra Vecchiano, il tuo luogo natale, e Lisbona, il tuo luogo d’elezione. Ma anche a Roma, a Pisa, a Sassari, a Stoccolma, si leggono ad alta voce le tue pagine, si discute dei tuoi libri. Circola molta nostalgia di te, o per meglio dire «saudade»; circola tra chi ti conosceva di persona – e adesso si cerca, si scrive, per fare fronte all’assenza – e circola tra i tuoi lettori sparsi nel mondo. Molti li stai conquistando e li conquisterai come accade ai classici: l’altro giorno, in una libreria, una ragazza aveva appena acquistato Sostiene Pereira. Il suo ragazzo provava a trascinarla via dalla libreria, lei ridendo gli ha detto: ma come, io ti porto a comprare libri che ti cambiano la vita e tu hai fretta? Su un pullman diretto in Abruzzo – era buio – una signora non staccava gli occhi da Notturno indiano, aveva una sua piccola lucetta e sembrava si fosse dimenticata del mondo. Libri-che-ti-cambiano-la-vita. Non ti piacevano le formule retoriche, le iperboli, ma detto da una diciottenne sei costretto ad accettarlo. E comunque anche a trenta, o a cinquanta, si può prendere la scossa leggendo le tue storie, si è presi come in un vortice di inquietudine. D’altra parte, c’è una frase di Requiem che non lascia dubbi in proposito: «Eh già, confermò lui, con me va sempre a finire così, ma senta, non crede che sia proprio questo che la letteratura deve fare, inquietare?, da parte mia non ho fiducia nella letteratura che tranquillizza le coscienze». Di questi tempi ce n’è molta in giro, di letteratura tranquillante, o forse c’è sempre stata. Però si fa più fatica a scavare, a cercare quella che non lo è, i libri che scatenano burrasche. Tu sei un esperto di tempeste: nato nei giorni dell’equinozio d’autunno, te ne sei andato in quello di primavera. «Negli equinozi – hai scritto – succedono un sacco di cose strane, hanno ragione i lunatici». È stato troppo presto, questo sì, c’è da ammetterlo, anche se i titoli degli ultimi tuoi libri, messi uno accanto all’altro, suonano allarmanti: Si sta facendo sempre più tardi, Tristano muore, Il tempo invecchia in fretta. Ma detto a posteriori è facile, anche un po’ sciocco forse, come tutte le conclusioni a posteriori. Fatto sta che il tempo era il tuo tema, la tua musica, come quella di ogni autentico scrittore: il tempo che passa, che ci trasforma, che perdiamo e in cui ci perdiamo. Il tempo che non aspetta: «Davvero non lo sapevo, non si pensa mai che il tempo è fatto di gocce, e basta una goccia in più perché il liquido si sparga a macchia e si perda». E altrove: «Le parve di essere quel bambino che all’improvviso si ritrovava con un palloncino floscio tra le mani, qualcuno glielo aveva rubato, ma no, il palloncino c’era ancora, gli avevano soltanto sottratto l’aria che c’era dentro. Era dunque così, il tempo era aria e lei l’aveva lasciata esalare da un forellino minuscolo di cui non si era accorta? Ma dov’era il foro?, non riusciva a vederlo».

Ma dov’è il foro? Quando – qualche settimana prima di andartene – mi hai detto «Non so quanto tempo mi resta», mi hai raggelato. Ho provato a dimenticare la frase, a fare finta che non l’avessi detta. E in effetti – dopo – mi è capitato di pensare che avrei potuto ricevere, da te, ancora un messaggio, un segnale, un’email, o scrivertela io come se niente fosse. «A volte – sono parole tue – ci è persino capitato di scrivere ai morti. Non succede tutti i giorni, lo ammetto, ma può succedere. E può anche darsi che i morti abbiano risposto, in una qualche forma che solo loro conoscono».

È stato bello – volevo dirti, non avendolo fatto quando era il momento – vederti all’opera. Con la testa poggiata su una mano e la matita nell’altra, ancora concentratissimo dopo una lunga notte insonne passata a cambiare e spostare parole. Voglio aggiungere una cosa molto sentimentale, ma vera: ero pieno di ammirazione. Mi torna in mente quella poesia di Pessoa che avevi tradotto: «Mestre, meu mestre querido», che ne è di te in questa forma di vita? Troppi discorsi sono rimasti in sospeso, congelati come le tue valigie di viaggiatore instancabile, le sigarette, come tutte le ore belle e le risate. Vecchiano, Parigi, Lisbona, l’Alentejo, l’Oceano atlantico, Creta, e quel gusto di vivere, di mangiare bene, di radunare gli amici; i quaderni con la copertina nera, le bozze, le fotografie che sceglievi come un mago per le copertine dei libri, le cartoline. Tua moglie, la Zé, che dice: ti ho preso i giornali. E tu che li sfogli arrabbiandoti, preso dalla tua passione estremista. Era tutto questo, eri tutto questo: uno scrittore. Così come avevo immaginato o sognato, sui banchi di scuola, che fosse la strana razza degli scrittori. Sul libro d’italiano alle elementari, era l’unico mestiere non riportato sulla pagina dei mestieri. C’erano tutti, tranne quello. Forse non c’è nemmeno adesso e forse non è più nemmeno tanto facile esserlo, scrittori, «scrittori totali», come lo sei stato tu, o come lo è stato, che so, uno come Calvino. Non idealizzo: è un dato. Insieme al Novecento vi state portando via questa possibilità, questo segreto. Ne avremo altre, per carità. Ma nel frattempo si fa fatica a scacciare questa insidiosa nostalgia. Uno scrittore spagnolo, Manuel Rivas, ha scritto che adesso anche il tram 28 di Lisbona ha nostalgia di te, più precisamente: «tiene saudade de Tabucchi». E ha parlato di quello strano tipo di pace di cui gli scrittori hanno bisogno per scrivere, di cui anche tu avevi bisogno: una pace vulcanica. «Come Melville, che intingeva la penna in un cratere».

È andata così. I discorsi che restano da fare li faremo intorno e dentro ai tuoi libri. Sogni e sogni di sogni, equivoci senza importanza, angeli neri, limonate piene di zucchero, balenieri di Porto Pim, odori indiani, appuntamenti con i fantasmi, i rumori delle città del pianeta. Tutto è ancora lì ad aspettarci, pronto a rivelare altro. Se ti ho scritto qui, è pensando a un tuo racconto dal titolo baudelairiano, dove due persone lontane riescono a parlarsi attraverso una frase scritta su un giornale. «Any where out of the world», dice la frase. Da qualche parte, in qualunque parte, fuori dal mondo.

 

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 9, 2012 da in Racconti con tag , , .
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