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l'inserto culturale di East Journal

Il barone sanguinario e l’Armata Rossa

di Emanuele Trevi

Per chi, negli anni Settanta del secolo scorso, aspettava impaziente di leggere su «Linus» una nuova puntata delle avventure di Corto Maltese, il barone Roman Fiodorovic Ungern-Sternberg è una vecchia, ma indelebile conoscenza. Con i suoi lunghi baffi alla mongola, magro e spiritato, il crudele e idealista “barone pazzo” o “samguinario” -come lo chiamavano i suoi contemporanei- si accampa al centro di Corte sconta detta arcana, che in molti considerano il capolavoro di Hugo Pratt. Siamo nel 1920, e Corto Maltese, assieme al suo amico Rasputin, si è gettato, con la sua solita noncuranza, alla ricerca di un treno blindato che custodisce l’oro degli zar, finito in mano agli avidi e litigiosi capi dell’Armata Bianca, che combattono la loro guerra disperata contro i bolscevichi nel cuore dell’Asia centrale, al confine tra la Siberia, la Manciuria e la Mongolia. Ma il tesoro, come vogliono le regole dell’avventura, fa gola a molti…Non al barone Ungern, però, che nonostante la sua fama di ferocia esce dai pennelli di Pratt ammantato di una sua nobiltà, e del sublime disinteresse dei folli persi nel loro sogno di riscatto dell’umanità. Mi chiedo se nella biblioteca di quell’uomo coltissimo che era Pratt fosse capitata una copia della bellissima biografia del barone Ungern pubblicata da Vladimir Pozner nel 1937, e adesso tradotta in italiano (Adelphi, pp.320, euro 22,00) con il titolo, quanto mai appropriato, Il barone sanguinario. Nato a Parigi nel 1905, ma discendente da una famiglia di ebrei russi, Pozner fu un maestro e un anticipatore di quella scrittura narrativa che impiega documenti autentici e testimonianze come una specie di trampolino artistico, muovendosi a suo agio tra i ferri del mestiere del giornalista e dello storico per arrivare al traguardo dell’intuizione umana rivelatrice, da grande romanziere. Nel 1935, aveva pubblicato quel memorabile intarsio di telegrammi e corrispondenze dalla stazioncina di Astapovo che è Tolstoj è morto, cronaca degli ultimi giorni di vita del grande maestro, seguiti col fiato sospeso da tutta la Russia, dalla famiglia imperiale al più misero popolino analfabeta. Quando decide di dar forma al fantasma di Ungern, ne sa pochissimo. Ma la Parigi degli anni Trenta pullula di testimoni della guerra civile, tassisti e camerieri per la maggior parte, reticenti ma disposti a spifferare qualche brandello di verità in cambio di un pasto caldo o di una bottiglia di vodka. In pagine degne di Nabokov, Pozner racconta i suoi pellegrinaggi in questo mondo sordido e sommerso, alternati alla frequentazione di archivi e biblioteche. Ma dopo un centinaio di pagine, con grande senso artistico, esce di scena. Finalmente, vede il suo fantasma, e se ogni ricerca comporta fatalmente zone d’ombra ed enigmi irrisolti, a un certo momento è pure necessario tentare il salto, dare conto di ciò che si è riusciti ad intuire e a comprendere.

Nato nel 1886, il barone Ungern-Sternberg, rampollo di un’antichissima famiglia aristocratica baltica, aveva conosciuto fin da giovanissimo i campi di battaglia. Assieme a un indiscutibile coraggio, manifestò precocemente segni di evidente squilibrio. Fierissimo antisemita e nemico giurato del comunismo, dopo la rivoluzione d’ottobre si unì alle forze zariste che operavano nell’estremo oriente, ma comportandosi come un signore della guerra insofferente di qualunque autorità superiore. Pozner non si attarda sugli antefatti, e si concentra su un paio d’anni, tra il 1919 e il 1921, in cui la parabola del suo eroe giunge all’apice per avviarsi verso una morte inevitabile. Ci sono uomini destinati a produrre intorno a loro un tale riverbero di leggende, che la loro fisionomia reale svanisce anche agli occhi di chi li conosce da vicino. I due fattori principali e indivisibili di questa leggenda sono la crudeltà e il misticismo. Mentre riservava ai suoi prigionieri (soprattutto ebrei) i supplizi che lo resero celebre dal Tibet alle steppe mongole, Ungern era assorbito da un suo sogno di restaurazione monarchica che non aveva nulla a che fare col ribollente, ma ai suoi occhi meschino scacchiere politico del suo tempo. La conoscenza delle più esoteriche dottrine buddiste si era unita al suo temperamento ascetico producendo una sorta di delirio sanguinario e purificatore. Per un certo periodo, i giapponesi pensarono di potere impiegare quel pericoloso cane sciolto come un burattino, mettendolo alla testa di uno stato-fantoccio. Non si erano resi conto che la stessa follia di Ungern era la più inviolabile garanzia della sua incorruttibilità. Il piano di realtà sul quale si era collocato, in groppa al suo cavallo e con la sciabola sguainata, non prevedeva né pietà né politica. Le pagine più belle del libro di Pozner sono quelle in cui Ungern conquista Urga, la capitale della Mongolia, scacciandone i cinesi e restaurando l’antica teocrazia lamaista. Per qualche mese del 1920, la demenza e la realtà trovarono una misteriosa, e in qualche modo sublime conciliazione. Ungern poté credersi, con quella buona fede che non manca mai ai mostri, la reincarnazione di Gengis Khan. Stretto d’assedio, come se le carte geografiche fossero solo lo strumento di una fantasia bambinesca, decise di rifugiarsi in Tibet, attraversando il deserto del Gobi durante l’estate. Furono i suoi stessi ufficiali a consegnarlo all’Armata Rossa, e un tribunale bolscevico lo fucilò non senza avergli concesso qualche onore militare. Durante il processo, aveva trovato il modo di dichiarare «inconcepibile» il potere operaio, perché «un uomo che parla di governo e non ha neanche una serva non può essere capace di comandare». Mentre Ungern, tipo ideale di ogni fascismo prossimo venturo, affrontava il plotone di esecuzione, già i suoi lugubri seguaci si preparavano a impestare il mondo. Senza nemmeno l’ombra della tragica grandezza, della nera poesia del barone sanguinario.

Ringraziamo Emanuele Trevi per la gentile concessione dell’articolo

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Un commento su “Il barone sanguinario e l’Armata Rossa

  1. Irma
    agosto 2, 2013

    It’s going to be end of mine day, however before end I am reading this wonderful post to improve my knowledge.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 11, 2012 da in Recensioni con tag , , , , .
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