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l'inserto culturale di East Journal

Hemingway’s Boat

 

di Stenio Solinas

La barca di Hemingway si chiamava Pilar, come la figlia che avrebbe voluto avere. Ebbe invece tre maschi, per sempre schiacciati dal peso del suo mito. Il più giovane di essi, Gregory, il più talentuoso agli occhi del padre, pluri-divorziato e transessuale, morì d’infarto dieci anni fa fra le quattro mura di un carcere femminile dove, registrato come Gloria, era finito per atti osceni e resistenza a pubblico ufficiale. Tutto nella vita degli Hemingway sa di morte. Si sparò il padre di Ernest, Clarence, si suicidarono per overdose di barbiturici due delle sorelle, Ura e Marcelline, si sparò il fratello minore, Leicester, e quanto a Ernest, lo scrittore, la fine è nota. Eppure, niente come in quelle esistenze, sa di vita, racconta di un combattimento per la vita e con la vita intorno a un io ipertrofico che in qualche modo le accomuna e le annulla, si illude di trionfare e invece crolla. ”A me la vita piace molto” aveva scritto Ernest quando era ancora giovane e già famoso: “Perciò sarà veramente uno schifo quando dovrò spararmi”.

Hemingway’s Boat (Knopf editore, 532 pagine, 30 dollari) di Paul Hendrickson racconta la storia dell’unica costante che dagli anni Trenta sino in pratica alla morte lo accompagnò, fra matrimoni falliti, amicizie spezzate, incidenti aerei e stradali, depressioni e successi: una barca, appunto, cantieri Weeler, due motori, 16 nodi di velocità massima, 38 piedi, sei posti letto in pozzetto, altri due nella cabina di pilotaggio, 7495 dollari il prezzo finale dopo una serie di accorgimenti richiesti dal compratore. In quell’arco di tempo, sempre e comunque Pilar rimase lo spazio per esultare nel mare, pescare i più grandi pesci che vi si potessero trovare, bere e ubriacarsi, ospitare celebrità e gente comune, sedurre donne e affascinare uomini, stare con i figli. Ma fu anche, via via che il malessere della fama lo attanagliava, il luogo dove inveire contro i suoi critici, vedere dissolversi amori e legami, sentire svanire la propria vena creativa. Lavorando su materiale inedito, riportando alla luce contributi dimenticati, intervistando testimoni minori, ma non per questo secondari, nonché gli stessi membri del clan Hemingway, Hendrickson ricostruisce l’immagine quasi bipolare di un uomo alle prese con i propri demoni artistici ed esistenziali e insieme capace di generosità, affettuoso, gentile, allegro.

Pilar esiste ancora. Come una balena spiaggiata sta nel campo da tennis e di fronte alla piscina di quella che una volta era la residenza cubana di Hemingway, la Finca Vigìa, e ora è un museo. Morto il suo proprietario, se ne prese cura Gregorio Fuentes, che era il suo marinaio, e poi il governo di Castro. Negli anni si è speculato sul fatto che quella tirata in secco e messa in mostra come si fa con un’opera d’arte, fosse una copia, un rifacimento della vera andata in malora. Hendrickson è scettico in proposito e portato a credere alla sopravvivenza, pur fra riparazioni, sostituzioni, aggiustamenti, dell’originale. E però, scrive, “se devo dire la verità, provo un segreto piacere a non esserne   assolutamente certo: si difende dal farsi conoscere così come fece il suo capitano. E questo fa di Pilar la miglior metafora e il miglior veicolo di narrazione che avrei potuto desiderare”.

Hemingway’s Boat ha per sottotitolo “tutto ciò che amò nella vita, e perse”, una sorta di variante del titolo di un racconto hemingwayano che suona Chi vince non prende nulla. Quello del successo fu sempre un tarlo segreto nella psicologia di Hemingway, la consapevolezza che nel corpo a corpo con la vita si va comunque al tappeto e alla fine non ci si rialza più. Francis Scott Fitzgerald osserverà nei suoi Diari che lui e Ernest non avrebbero “potuto più sedere allo stesso tavolo. Lui parla con l’autorità del successo, e io con l’autorità del fallimento”. In realtà parlavano la stessa lingua, tanto i due estremi finiscono per toccarsi e tanto in un artista non basta la luce del primo a scongiurare l’ombra del secondo. E poi, bastava l’arte per salvarsi la vita? Ventenne, Gregory, il figlio tanto amato, tanto disprezzato e mai abbandonato, scriverà a quel padre tanto ammirato, tanto odiato, mai rinnegato: ”Quando si farà il riassunto, sarà: scrisse alcune buone storie, ebbe un occhio nuovo e fresco sulla realtà e distrusse cinque persone: tre mogli, un figlio e forse anche un altro, il sottoscritto. Cosa pensi sia più importante, la tua merda egocentrica, le storie o le persone?”.

Hendrickson sta bene attento a non fare della psicoanalisi un tanto al chilo: il machismo come omosessualità nascosta e/o latente, il figlio travestito e transessuale come proiezione vendicativa e disvelamento della reale indole paterna, i grandi pesci, tonni, marlini, squali, combattuti e vinti, come metafore sessuali… Pilar, sotto questo profilo, è un buon osservatorio per chi voglia avventurarsi verso quel genere di pesca nei meandri di una mente. C’è Hemingway che, pieno di rabbia per non aver preso il marlino più grande, la sfoga sparando sui gabbiani che volteggiano sopra la barca. C’è Hemingway che, racconta un amico dimostratosi più bravo, per rovinargli la preda già arpionata si mette a sparare con il mitra agli squali che le si stanno avvicinando, scatenando così ancor più la frenesia data dall’odore del sangue. C’è Hemingway che, nell’ansia di portare a bordo la preda ferita, finisce per spararsi nelle gambe…

Eppure, al di là di ciò, resta il tocco delicato con cui lo scrittore bullo e macho consola i Murphy a cui è morto un figlio di sedici anni, o scrive a un piccolo amico ricoverato in ospedale e che egli sa non uscirà vivo da lì. Frammenti di bellezza in mezzo a mucchi di rovine, un tocco di grazia prima che la pressione diventi insopportabile.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 12, 2012 da in Recensioni con tag , , , , .
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