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La tristezza del viaggiatore ferroviario : Giovanni Catelli

Viaggiare in treno in Italia, in questi anni, rende tristi. Vogliamo raccontare, con le parole dei nostri autori, di questa desolazione  e di questa tristezza.

di Giovanni Catelli

Lamento del viaggiatore ferroviario

Ai ferrovieri dei treni notturni,

licenziati e gettati via, come

cose senza vita.

 

Un inquieto sogno doloroso, un incubo senza risveglio, percorre i giorni del viaggiatore che ha smarrito, i treni poveri di tutta una vita.

Nella nebbia del presente, controllato ed inseguito da ipocrite voci carezzevoli, che improvvise lo apostrofano senza mai riconoscerlo, chiamandolo cliente, signore, nell’atto di tradirlo, d’ingannarlo, di spiegargli melliflue quanto già sia perduto, sa, con certezza, che per altri, ignoti, è costruito questo incubo, questo miraggio d’efficienza impersonale, di velocità senza destinazione, di lusso plastificato e fragile, di falso rispetto commerciale, di costose promesse vane, di completa solitudine, in quel suo magro transitare, che non sia per trionfali destinazioni o capitali, frecce vincitrici o grandi stazioni senza memoria.

Non ritrova, più, quell’urna di silenzio, la civile quiete dell’andare, per città inermi e secondarie, infinite stazioni dove abitava la vita, la sala d’attesa, il ferroviere, la biglietteria, il deposito bagagli, tavolini di un caffè, il semplice rispetto per chi passa nel suo giorno, e ancora chiede un gesto umano, l’ospitalità paziente delle cose, un vivere che già non sia profitto, e gelido utilizzo, calcolo senza più volto.

Che nome triste, cupo, la stazione impresenziata, il ramo secco, la biglietteria automatica, che rumore freddo, annuncio del dolore quotidiano, dell’orfano e muto sopravvivere, al transito meccanico, al fragore dei metalli che viaggiano nel vuoto, fra identiche ignote solitudini.

In tutto si è clienti, dunque tutto è a pagamento, mai più cittadini ma soggetti economici, al capriccio di chi offre, all’avidità continua di chi vende, ogni sala d’attesa, ogni servizio, ogni remoto bagno, o cesso, ogni frammento dello spazio dove sia profitto.

Nelle crude sere dell’inverno, quando già ogni servizio è morto e sigillato, dove ogni locale è negato al viaggiatore, si resta in piedi al gelo, extracomunitari della patria, apolidi nel vuoto, senza più nome o diritti, senza più monete per comprare lo spazio dell’attesa e del riparo.

Quali anni felici, quelli del vero viaggiare notturno, dell’andare vivi attraverso l’Italia ospitale, in cui le stazioni serbavano luce, calore, voci umane, per chiunque portasse con sé il suo viaggio, la sua immobile o remota destinazione, il suo intero vivere, ancora gratuito e lieve, senza orari di chiusura, stazioni morte, questurini ansiosi, telecamere, notti senza treni, senza risposte, senza sale d’attesa, senza più nulla, con ultimi treni serali soppressi all’improvviso, senza spiegazione, abbandonando i viaggiatori ai marciapiedi vuoti, al buio disabitato, mentre funzionari codardi se ne vanno in fretta, di nascosto, esentati dal rimorso.

Ogni treno della notte ci è sottratto, ogni antica linea tra le città e la vita ci è spezzata, per ignoto calcolo e misterioso profitto, cadono ad uno ad uno i semplici, quotidiani treni, regionali ed interregionali, senza supplemento, senza moneta per esistere, si troncano linee perché germoglino improvvisi, obbligatori, quei treni vigilati dal denaro, che non rendono mai quel che depredano, nell’intervallo del cambiare, nel prezzo del pagare, per ciò che non serviva, che nessuno aveva chiesto, che nessuno già comprende.

Dov’è fuggito, il nostro quieto diritto, di andare senza velocità, senza riscatto, fra stazioni che la vita non diserti, su vagoni ospitali, con volto e nome di cittadini, e non di sudditi o clienti, corpi ciechi da spostare, per vuote periferie senza risposta, città dimenticate dagli affari, nudi casamenti abbandonati.

Siamo ancora qui, capaci di vedere, solo dispersi dalla vita in vaghe direzioni che non rendono, ma vivi, e con il lieto sogno del passato a sostenerci : potremo ancora forse agire, perché dell’avvenire non resti altro che l’incubo, per essere di nuovo ospiti, nel nostro viaggiare, per riconoscerci ancora uomini, e non solo più disperate merci?

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Un commento su “La tristezza del viaggiatore ferroviario : Giovanni Catelli

  1. MARIAROSA
    novembre 13, 2012

    C’è poesia in questa nostalgia del passato,un passato non così lontano,ma che corre su binari che non si sa dove ci porteranno. La forbice dei tagli si allarga sempre più,allontanando l’uomo in due nette classi,ricchi e poveri,non più cittadini del nostro Paese amato,un paese pieno di controsensi! Dove c’era più sapore
    di vita,contatto umano anche in stazione,il treno,il viaggio,era un piacere,un’avventura,incontro con la gente,ora è molto trasportare gente sempre più depressa dai disagi di questa rincorsa folle,dove ci sentiamo schiacciati da quella “forbice”. Si può accomunare,questa nostalgia, ai negozietti nel paese,ai cinema in centro città,dove anche l’anziano poteva sentirsi ancora parte dell’incontro di ogni giorno, se il moderno,la tecnologia,è sempre più macchina e meno “umano”, sarebbe meglio che qualcuno fermasse quel treno impazzito!
    Tutto ha un prezzo,ma se questo prezzo ci annulla,ne vale la pena?
    L’uomo deve fermarsi e riprendersi in mano. Ci vuole una grande pazienza e volontà di ritrovare lo spirito di unione.

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 10, 2012 da in Racconti, Uncategorized con tag , , .
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