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l'inserto culturale di East Journal

Paolo Rumiz e l’Europa dimenticata

rumiz ultimo

di Silvia Biasutti

Rumiz ne ha combinata un’altra delle sue. E’ un piacevole tormento per quanti come me seguono con trepidazione ogni nuova avventura dello scrittore triestino. “Trans Europa Express” è l’ultimo suo libro edito da Feltrinelli, una trasposizione di un grande viaggio compiuto nell’estate del 2008 partendo da Kirkenes, Norvegia estrema, per fare capolino a Odessa, magica città ucraina sul Mar Nero. Nel mezzo, località come: Murmansk, Kaliningrad, Velikaja Guba, Narva, Ludza, Turka, Cernivci. Seimila chilometri macinati in treno, bus e raramente in auto. Sei chili di zaino, un piede zoppo e una cartina autoprodotta di una Europa assopita dai confini nazionali. E’ così che Rumiz, eterno nostalgico di tempi autentici, parte alla ricerca di regioni che la geografia del Novecento ha spazzato via: “Sulla mia carta fai-da-te non sono annotati stati-nazione, ma antiche regioni frontaliere inghiottite dalla geopolitica”. Botnia, Carelia, Livonia, Curlandia, Latgallia, Masuria, Polesia. Un viaggio verticale a ridosso delle frontiere, entrando e uscendo continuamente dalla fortezza Europa.

Ancora una volta, Rumiz sceglie i luoghi dimenticati dal turismo, ma anche dalle istituzioni, alla ricerca di minoranze storiche aggrappate ad antichi rituali, “Genti di Dio”, come le chiama la sua compagna di viaggio e nota fotografa Monika Bulaj. In 231 pagine la penna dello scrittore ci restituisce il caleidoscopio di un mondo sotterraneo: paesaggi ancora autenticamente contadini, contrabbandi transfrontalieri da film, il vuoto lasciato dagli ebrei e i danni dei pogrom, l’impareggiabile ospitalità degli Ultimi, la meraviglia dei treni russi con i loro samovar, i campanili a cipolla, i mercati con ogni ben di Dio, le locande dove si coagula un’umanità pittoresca.

Un elogio commovente ad un mondo che sta scomparendo, sotto l’egida dell’Unione Europea, che con il suo rigore farmaceutico sta spazzando via un universo pieno di colori e sapori, di tradizioni e usanze, il gusto dell’imprevisto e del proibito, la capacità di inventare stratagemmi di sopravvivenza, ma soprattutto sta cancellando anche un modo autentico di stare assieme. E’ preoccupato Rumiz per la generazione dei ventenni, sempre più avulsi dalle proprie radici, con la fissazione dell’Occidente e il fascino della tecnologia. Nessuno coltiva più la terra, l’emigrazione è una emorragia continua e i vecchi che rimangono aggrappati a queste terre di mezzo tirano a campare.

Nel racconto di questo straordinario viaggio a zig-zag nelle periferie orientali dell’Europa – che per Rumiz sono il centro ideale del Continente – emerge un messaggio limpido come gli occhi celesti di una circassa: dentro questa Europa di Schengen, attanagliata da regole e rigide consuetudini, stiamo perdendo pericolosamente valori centrali dell’esistenza umana e l’abitudine a confrontarci con la necessità e l’imprevisto. Soprattutto ci stiamo disabituando al confronto intergenerazionale, a conoscere la terra e i suoi prodotti, i nomi dei luoghi e dei fiumi, perdendoci nell’asetticità di binari di vita tutti uguali, dove sembra che nessuno abbia più tempo a disposizione. Attenzione, dice Rumiz, “dopo l’omologazione sovietica arriva quella targata UE”.

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Questa voce è stata pubblicata il dicembre 3, 2012 da in Critica letteraria con tag , , , .
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