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l'inserto culturale di East Journal

Silvio Perrella – Varsavia

varsavia zlota44

di Silvio Perrella

Arrivo a Varsavia che pioviggina. Ambiento gli occhi, che strade! Accoglieranno i passi di un eploratore urbano che ama scoprire i luoghi camminando?

Passa un tram, ed è come vedere un pezzo di passato che scivola sulle rotaie. So bene che sono in una città quasi del tutto ricostruita.  Anche buona parte degli edifici “storici” non sono più storici. Eppure la Storia a Varsavia si sente eccome.

E’ una Storia in bilico; in bilico tra un passato di cui è difficile parlare e un futuro tutto d’agguantare, che un po’ s’intravvede e un po’ sfugge nei gorghi di una crisi che s’annida all’interno stesso della crescita.

Certo, la casa della cultura fatta erigere da Stalin domina ancora la città; è un grattacielo di mattoni rossocupo che emula quelli americani degli anni Trenta. Ha una perentorietà da punto esclamativo che prima doveva trasmettere soggezione e oggi non sai bene come interpretare. Come per la vastità delle strade, è anch’esso troppo grande. Questo non toglie che tutt’attorno non stiano costruendo grattacieli ancora più alti. Uno in particolare è stato commissionato a Daniel Libeskind, si chiama Zlota 44, e sfugge agli angoli retti della casa della cultura. La sua sinuosità stabilisce un dialogo architettonico  con la torre staliniana, ma cosa possano davvero dirsi lo stabilirà il tempo urbano della città.

Ho una guida doppia, una coppia italo-polacca, entrambi lavorano all’Università. Lei, a differenza di altri, parla volentieri dei suoi genitori, dei nonni, e del regime comunista. Lo fa in un ottimo italiano (mentre i polacchi s’impadroniscono presto della nostra lingua, noi con la loro siamo come bambini nella fase della lallazione).

Andiamo verso il maggiore parco della città, ma prima vogliono vuol farmi vedere qualcosa che gli sembra emblematico.  Tra i prati che contornano l’Università c’è una sorta di gioco del Monopoli. Il dado è collocato al centro. A seconda del numero indicato si deve raggiungere la casella corrispondente. Mi traducono quel che c’è scritto, capisco che si tratta di un Monopoli della Storia, un modo di riepilogare quel che si era prima: le file per il pane, il razionamento dei beni, le raccomandazioni, i torti quotidiani. E di farlo con l’uso di un’ironia amara ma necessaria.

Nel grande parco di Lazienki il posto d’onore è per Chopin: una grande statua lo celebra e c’è la consuetudine di tenere concerti suonando la sua musica.  Anche in città, oltre a un museo a lui dedicato, s’incontrano delle panchine particolari: premendo un tasto “eseguono” musiche del grande inventore dei preludi.

L’atmosfera è ovattata, fa freddo, il laghetto è gelato, e un suono di pace si diffonde per l’aria. Mi raccontano che l’ideatore del parco voleva riprodurre un sistema termale, ma in assenza di terme vere e proprie. Qui alcuni edifici, come il Palazzo sull’acqua, hanno l’imponenza e la calma di chi si sente protetto dalla natura. E poi ci sono alcuni animali variopinti che passeggiano ed è come se facessero il verso a se stessi; il loro misto di eleganza e ironia mi fa pensare ai versi della  Szymborska. D’altronde Polonia la poesia è una cosa importante. Lo si capisce dalla ricchezza dei poeti ai quali ha dato i natali. E se un Paese dà spazio alla poesia vuol dire che si tratta di un grande Paese.

Al ritorno vado da solo a cercare i pochi resti del Ghetto. Alcuni  edifici in ristrutturazione hanno le facciate coperte con grandi immagini di uomini e donne che sono finiti nei campi di sterminio o sono stati uccisi nei giorni dell’Insurrezione. Tutto quel trovo assomma a qualche pietra.

Sull’Insurrezione è stato creato negli ultimi anni un grande e affascinante museo  Visitarlo è un’esperienza  dura ma imprescindibile. Il museo è stato allestito in una struttura industriale dismessa. E’ quasi un unico grandissimo ambiente. Ci sono oggetti, pezzi di mura, la tipografia  della stampa clandestina, i vestiti, un aereo da guerra che viene giù dal tetto e se ne sta sospeso in un’immobilità irreale.  Ogni giorno dell’Insurrezione è ricordato da un foglietto di calendario, su cui è segnato l’avvenimento principale e il nome di qualche vittima; un calendario che ritma il tempo della dignità popolare.

Gli occhi si fanno attenti,  e tutti gli altri sensi collaborano a mettere a fuoco le dimensioni di una tragedia immane. Un’intera popolazione stretta tra la Germania e la Russia che si ribella in un modo così radicale che Hitler ordina: questa città deve essere rasa al suolo. E’ un qualcosa che, pur avendo letto e studiato sui libri, non si riesce a dominare con la sola ragione.

Come è stato possibile? La domanda scatta più volte viaggiando attraverso la Polonia.Anzi, in questo luogo si attutisce perché il passato trova almeno una sua collocazione, frutto del rimugìnio degli studiosi e degli inventori di questo museo.

Nei prossimi giorni andrò in treno a Lublino. Poi vorrei raggiungere Cracovia, ma il sistema ferroviario, mi spiegano, è ancora un po’ arrancante. Bisogna scegliere bene il treno che prenderai, pena la lentezza del viaggio.

Dunque per andare a Cracovia, contro l’evidenza della geografia, mi viene consigliato di tornare a Varsavia e di lì prendere un diretto per Cracovia.

Io non ho fretta, m’interessa immergermi nei tempi della vita quotidiana polacca. Cerco di farmi un’idea degli strati che la compongono. E dico strati perché una prima impressione ne mette in mostra l’esistenza. Già all’aereoporto avevo notato che dietro una facciata per così dire al passo con i tempi, si nascondeva un strato preesistente di puro stile “socialismo reale”.

E anche ad alcuni edifici, mi vien fatto notare dopo, è stata costruita una facciata che occulta le architetture del passato comunista.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 1, 2013 da in Racconti con tag , .
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