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l'inserto culturale di East Journal

Il Racconto : Daniela Dawan

 

tripoli

 di Daniela Dawan

                                               ALTOPIANI

 

Ci svegliavamo con la sirena delle navi che entravano o uscivano dal porto. La fine della giornata era segnata dalla invocazione del muezzin. Era così ogni giorno. Quella preghiera segnava il mio appuntamento con la fine dei compiti, quando, dalla finestra della stanza, seduta al tavolino, per distrarmi da quelli, osservavo il minareto sullo sfondo. Per alleggerirmi della malinconia spostavo lo sguardo sulla grande gru immobile vicina e  che pendeva, da chissà quanto tempo, sopra un caseggiato di cemento grigio iniziato a costruire e poi abbandonato, ma di cui già si intravedevano gli spazi interni, le stanze, come di un corpo smembrato del quale si recuperano le sembianze. L’implorazione del muezzin copriva ogni voce, ogni altro rumore. Così non si percepivano più le urla sguaiate dei venditori ambulanti che con piacere udivo nei giorni in cui non andavo a scuola quando scendevo con il nonno alla marina, tra pescherecci logori e reti indurite dal sole e dal sale. All’ora del vespro, capitava che la voce del muezzin si mescolasse con il suono assordante delle campane della cattedrale. Pareva allora che il canto del primo si insinuasse tra gli interstizi del suono delle campane come a compensarne la forza meccanica con la ostinazione  di una invocazione umana.

Forse erano questi contrasti, così violenti, ad aver provocato quelle crepe sulle pareti delle vecchie case basse, di pianta quadrata, sui terrazzi delle quali, al tramonto, donne appesantite ritiravano la biancheria stesa ad asciugare alla brezza del ghibli. O forse, pensavo, era il rumore dell’argento percosso dagli orafi del suk con battiti cadenzati ad intervalli regolari come il ticchettio di un orologio.

Le nostre ricorrenze erano più segrete, quasi clandestine; ma non era la loro segretezza il motivo del mio piacere quando arrivavano sul finire dell’estate. Era forse perché ci si ritrovava insieme ad altri bambini nel matroneo stipatissimo, tutti storditi dal fruscio degli abiti di seta delle donne, dai loro profumi e dall’ effluvio inebriante del gelsomino che arredava la sinagoga. Attraverso le grate che severamente li dividevano dalle donne osservavo gli uomini che, avvolti negli ampi manti rituali, distendevano sull’altare grandi rotoli di pergamena su cui la scrittura, così fitta, pareva un disegno o un misterioso messaggio proveniente da lontano. Aiutati da un dito d’argento, alternavano canti vibrati a preghiere sommesse. Si sollevavano sulle punte dei piedi, chinando il busto in avanti, con deferenza. Costava fatica la preghiera in un giorno di digiuno. Nel matroneo era molto difficile seguirla. Forse non si doveva neppure seguirla. La distanza fisica del gineceo rappresentava per me la distanza ideale che intercorre tra Dio e una donna, tra gli oggetti del culto e me. Dovevo approfittare allora della mia età per raggiungere mio padre ed avvicinarmi così al centro della preghiera, più tardi mi sarebbe stato vietato. Mi pareva che le mie preoccupazioni non fossero quelle delle donne che esibivano i figlioletti che giocavano, correvano, cadevano,  piangevano. Quando, sul finire del giorno del Kippùr, i sacerdoti davano la benedizione ai fedeli, le donne passavano la soglia proibita e cercavano, tra le persone accalcate, padri e mariti per essere raccolte sotto i loro mantelli. Mio padre raccoglieva me e mio fratello sotto il suo e appoggiava le mani sulle  nostre teste; la seta lambiva le nostre guance e faceva scivolare la sua mano. Rivolgevamo in basso lo sguardo, in attesa che un sacerdote, nascosto interamente dal manto, soffiasse nello shofàr e che quel suono rauco, lacerato, scandisse la fine di quella sofferta richiesta di perdono.

Fu in occasione di una di queste ricorrenze che appresi che il tempo non è infinito e che la vita non perdura come il suono delle campane. Da un biglietto del nonno che si augurava di trascorrere con noi altre feste per “il resto della vita” intuii che c’era qualcosa che non andava: perché per “il resto della vita”?  Mi fu detto, ma io continuai con il mio piccolo gioco che mi dava  il senso di un grande potere e che facevo sempre quando il sole veniva intercettato da qualche nuvola: chiudere con forza le palpebre e rievocare la luce accecante tra i vecchi ruderi di Sabbratha.  La luce si riespandeva.

 

Erano i primi giorni di giugno, l’ultimo di scuola. Avevo dieci anni, facevo la quinta elementare e di lì ad una settimana ci sarebbero stati gli esami.

Dall’asilo frequentavo un istituto immerso in una zona verde residenziale, chiamata “città giardino”. Aveva un ampio chiostro centrale incorniciato da portici su cui si affacciavano le aule e larghi corridoi pregni di odore di incenso con pavimenti di marmo che si animavano sotto i tacchi delle suore.

I miei avevano mandato me e mio fratello, di poco minore, in una scuola di suore perché eravamo a Tripoli e quella, mista di maschi e femmine, era l’unica scuola italiana di buon livello. Eravamo trentacinque in classe, io ero la sola bambina ebrea. Per i miei compagni costituivo un motivo di curiosità, talvolta di stupore. C’era sempre chi appuntava su di me lo sguardo quando recitavano l’Ave Maria:  ero in piedi, come gli altri, ma più alta, con braccia conserte, con labbra serrate. La conoscevo a memoria, talvolta avevo l’impressione che essa spingesse per uscire anche dalla mia bocca, per unirmi agli altri, per non differenziarmi. Che sforzo trattenerla, mantenermi fedele a quello che invece dovevo essere o era previsto che fossi… “ma a quale Dio credi?”… “non lo so, non me lo ricordo”, rispondevo con l’apparente disattenzione di chi vuole liberarsi in fretta di una rogna indesiderata pur se attesa.

Mi riparavo, talvolta, a ridosso del pozzo di pietra grezza che campeggiava in mezzo al chiostro: “non vieni a messa?”, chiedeva una vocina nascosta sotto il portico, “no, non sono cattolica”. Era a quella condizione di “non cattolica” che attribuivo il senso del mio isolamento rispetto ai miei compagni, alla mia maestra, all’ambiente: “chi non è battezzato non va in paradiso…”  “e dove va, allora?”, “all’inferno” intuivo io così come i miei compagni.

La mia famiglia non era molto osservante, non seguiva con scrupolo le rigide regole dell’alimentazione, non rispettava il Sabato nei particolari. Da noi si era un po’ persa la consuetudine con i testi sacri e con l’ebraico antico.

Al rientro a casa, mi sembrava giusto chiedere perché Gesù fosse stato crocefisso, perché non era il mio Dio. Mia madre mi liquidava in poche parole, non dando peso a quel che dicevo. Non leniva il dolore della mia ambivalenza.

Quanto avrei voluto essere stata battezzata e continuare, a dispetto di quel  precoce sviluppo, ad essere piccola come effettivamente mi sentivo sotto le volte irraggiungibili della chiesa interna, di fronte ai vecchi crocefissi in legno. Ero un’ospite tollerata, forse per la condizione sociale della mia famiglia, per la autorevolezza di mio nonno.

Quella calda mattina del cinque giugno eravamo in classe da appena un’ora. Stavamo ascoltando le parole della maestra sul prossimo esame quando, senza bussare, rossa in volto, comparve la madre di Francesca che si precipitò verso sua figlia, “la porto via, è scoppiata la guerra…”. Ma quale guerra? Da sempre, a casa, ci era stato insegnato a non pronunciare il nome di Israele, a non farvi in alcun modo riferimento; a non chiamare gli arabi “arabi” per evitare contrapposizioni dolorose e pericolose tra “loro arabi” e “noi ebrei”. In aula, la grande carta geografica del Mediterraneo al posto di Israele recava un nastro adesivo nero, non verde, giallo o rosso… Il nero era il colore del tabù che ora, come un bubbone sotto pelle, affiorava prepotentemente in superficie. Ora, il nome di Israele veniva pronunciato nel gran vociare di adulti che cercavano e si riprendevano i loro figli. In pochi minuti, la classe fu nuda, coperta solo dei disegni dei bambini appesi alle pareti. La guerra e quello che poteva significare per gli occidentali in un paese arabo sconvolgeva la tranquilla esistenza di uomini e donne che forse alla politica non pensavano. Voci concitate parlavano di sconfitte, di invasioni, di distruzioni.

La superiora mi raggiunse tenendo per mano mio fratello, unico riferimento per me in quel momento. “I vostri genitori non possono venire a prendervi…”: Ero disperata, mio fratello muto. La suora mi passò mia madre al telefono: erano barricati in casa, circondati da uomini armati di coltelli. Furono poi tante, quel giorno, le telefonate della superiora con lei che ci affidava alle cure dell’istituto perché da quella casa nessuno sarebbe uscito vivo.

Non c’era conforto, consolazione, pazienza. La giornata trascorreva nella vana attesa di una telefonata che annunciasse che tornavamo a casa. Ma non c’erano cambiamenti se non nella crescente insofferenza delle suore per la nostra presenza: “l’istituto corre dei seri rischi ospitando bambini ebrei…”, dietro la porta accostata del suo ufficio, udii la superiora dire a mia madre intimandole di prenderci, di portarci finalmente via. In quel rosso tramonto, sulle altalene del giardino ora tutte nostre, ignoravamo che la città era in fiamme, che decine di persone erano state massacrate, che più tardi la forzata quiete del coprifuoco avrebbe interrotto, per quella notte, distruzioni e saccheggi.

Era insolito essere a scuola a quell’ora. L’avevo sempre lasciata, con gran sollievo, a fine mattina. Mi era sempre parsa lontana, ostile, diffidente. Non eravamo mai stati amati e adesso eravamo un odioso ingombro. Era buio quando, trascinandoci a vicenda, lasciammo i giochi del giardino per fare rientro dentro l’edificio. La sala da pranzo era intrisa di sapore di minestra. Sul lungo tavolo di legno a me e a mio fratello furono riservati i posti vicini al capotavola, non lontani da una grande boccia di cristallo coi pesci rossi. Furono loro ad attirare la nostra attenzione per tutta quella cena taciturna. Dopo, in un’aula che fungeva da soggiorno, a fianco di alcune suore che cucivano in silenzio, potemmo finalmente disporre di una lavagna vera, per riprendere, come era sempre accaduto, a scrivere i nomi dei cattivi e dei buoni, in due colonne rigorosamente distinte. A questo piccolo apprendistato alla delazione erano sempre stati chiamati i preferiti, Livia, Francesco, Daniele. Ora, potevo farlo io anche senza i miei compagni, ricordando le loro condotte di quegli ultimi giorni. Ero molto stanca e con la stanchezza che precede il sonno sopraggiunse un’inaspettata serenità che mi faceva godere della libertà di disporre di cose sino ad allora proibite, la lavagna, i gessetti, gli angoli più riposti dell’aula per nascondersi. In quel soggiorno, l’imbarazzo della nostra presenza tra le suore mi fece pensare ai racconti di mia madre e di mio nonno: quello della bandiera italiana che mia madre bambina, in rappresentanza della sua classe, esibiva all’inizio di ogni anno scolastico e  che, improvvisamente, non le fu più affidata. Quello di mio nonno, che per aver detto pardon ad uno sconosciuto ne aveva ricevuto la visita in studio perché si scusasse, dietro la minaccia di una pistola, di aver usato una parola non italiana. Anch’io e mio fratello eravamo adesso come loro, diversi dai nostri compagni, sospesi senza sapere bene chi fossimo e, forse, con un senso di fastidio profondo per quel dato esterno, indipendente dalla nostra volontà, che ci costringeva ad essere o a farci ritenere diversi. La diversità, talvolta, assume l’aspetto di cerchi concentrici, tali da potersi adattare a contesti o identità di volta in volta differenti. E così, ero ebrea tra le suore e i miei compagni; ero una bambina un po’ strana tra gli ebrei perché frequentavo una scuola cattolica e perché l’odore di una chiesa mi era familiare quanto quello di una sinagoga; ero una femmina in una realtà che privilegiava con spudoratezza i maschi.

Quando la notte si avvicinò non udii una sola parola dalle suore, un solo richiamo alla nostra casa, a quello che ci avrebbe atteso l’indomani. Liberi e soli. La nostra sistemazione fu nella stanza di una giovane suora. I nostri due letti, uno molto alto e l’altro quasi raso terra, erano di fronte al suo che era circondato da una tenda bianca che si premurò di chiudere subito. Lo stesso pudore l’aveva spinta a fare indossare a mio fratello gli ampi mutandoni del bidello, più accettabili dei suoi comuni slip. Spense la luce grande e accese l’abat-jour. Non si avvedeva che le ombre del suo corpo, mentre si toglieva gli indumenti, si riflettevano sul soffitto della stanza facendoci sghignazzare sotto le lenzuola. Crollammo in un sonno profondo.

Erano le prime luci dell’alba quando ci fu data bruscamente la sveglia. Presto, presto, non c’era tempo per lavarsi le mani, per sciacquarsi il viso, per bere un sorso d’acqua. Neppure per infilarci le scarpe che tenemmo in mano scendendo le scale e raggiungendo il cortile. Abbracciammo mia madre, non ricordo se e come salutammo le nostre ospiti. Lasciai quel luogo per sempre, la città dopo qualche giorno e quella casa che avevo abbandonato quella mattina di giugno convinta di farvi ritorno all’ora di pranzo. Fu chiusa così come era, intatta, con i suoi oggetti, con la tavola imbandita, con le sedie intorno, con la sua vita svuotata. Immobile, ferma, sospesa, come un fotogramma sul quale si sia bloccata la proiezione di un film: la sua immagine era avvolta da un incantesimo che attendeva di essere infranto per consentire al tempo di riprendere a scorrere. Ma come infrangerlo, se quei luoghi, i luoghi dell’origine, diventano inaccessibili? Se l’origine stessa diviene inaccessibile? Si può vivere anche su una superficie sospesa ignorando i terreni che in basso la cingono. Sono altre realtà, incustodite, trascurate, che hanno continuato ad esistere anche se le credevamo ferme, immobili, in attesa del nostro ritorno. Due piani che, in ossequio alle inesorabili leggi del tempo, hanno vissuto negandosi pur sapendo l’uno dell’altro, impercettibilmente confidando in un momento propizio per un incontro, per un recupero. Ma quel tempo propizio non c’è mai e quella realtà che ci siamo illusi di conservare in vista di un periodo migliore, idoneo ad accoglierla, non c’è più.

 

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5 commenti su “Il Racconto : Daniela Dawan

  1. MARIAROSA
    gennaio 10, 2013

    Descrizione molto toccante di quel sentire di una bambina che è ancora viva,si respirano i sentimenti di quel luogo,la malinconìa della distanza,distanza creata dalle religioni,dalla guerra ,che come dice lei è vita svuotata,ma i ricordi sono fatti di poesia,l’unica arma contro la macchina della guerra.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 8, 2013 da in Racconti con tag , .
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