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l'inserto culturale di East Journal

Silvio Perrella : Lublino-Varsavia-Cracovia

cracovia

di Silvio Perrella

Tornando in treno da Lublino, dal finestrino del treno vedo una grande struttura ellittica che rosseggia nella sera. E’ il nuovo stadio, che ospiterà gli europei di calcio in corso in questi giorni. Hanno fatto le cose in grande, ed è un bel guardare.

Il treno è in ritardo e fremo perché tra breve comincerà la partita del Napoli con il Chelsea. Non so ancora se riuscirò a vederla, ma ho deciso di fare almeno un tentativo. Mi viene in mente un bar-ristorante gestito da un italiano che ho conosciuto nei giorni precedenti.

Il taxi mi ci porta e, come immaginavo, ci sono ben due grandi schermi che trasmettono la partita. Attorno ai tavoli non mancano gli italiani. Accanto a me c’è un piccolo gruppo di campani. Sono a Varsavia per lavoro: alcuni di loro sono operai che stanno costruendo la nuova linea della metropolitana. Uno di loro si è anche sposato con una polacca e ha deciso di non tornare più in Italia.

La partita è già cominciata; non si mette bene. E’ davvero un peccato giungere così vicino alla meta e non riuscire a tagliare il traguardo. Ma è così.

Passeggio nella notte di Varsavia con un po’ di malinconia. Mi perdo in queste enormi strade. Il centro storico è altrove. Me ne sono fatto un’idea nei giorni scorsi. E anche la Vistola è un poì più in là. Enorme anche lei, qui scorre in tutta la sua larghezza.

Ho in mente non solo l’accogliente bellezza di Lublino, con la sfolgorante Cappella del Castello e il ricordo del mago raccontato dal grande Isaac Bashevis Singer, ma anche e soprattutto il campo di concentramento di Majdanek.

E’ per questo che sono voluto andare sin lì. A differenza di Auschwitz, che dista da Cracovia una settantina di chilometri, Majdanek è in pratica un  quartiere della città, ci si arriva in tram.  Un quartiere dell’orrore, un insieme geometrico di baracche in legno. Linee che si perdono nello spazio. Non un albero a regalare ombra. Il forno crematorio in fondo.

E di nuovo le domande gremiscono la mente, come formiche importune. Un gruppo di studenti ebrei è condotto dai loro professori lungo il campo. Si fermano in alcune capanne. Provano a difendersi da quel che vedono, intonando un loro canto; si stringono le mani, ascoltano qualche parola pronunciata in omaggio alla Storia.

Ti viene da pensare che il male è semplice da realizzare. Se qualcuno ha in mente di farlo, ci riuscirà. E’ il contrario che è difficile e sempre fragile e perdibile in ogni momento.

Quel che colpisce è la geometria netta su cui si regge l’intero campo. Il silenzio s’impadronisce della mente. Un paese che non solo ha subito lo sterminio di massa, ma ha all’interno dei suoi confini le tracce materiali di quel gesto abominevole, è un Paese difficile di per sé. Non posso non pensare alle conversazioni napoletane con Gustaw Herling, a lui che era toccato in sorte l’esperienza del Gulag, del “mondo a parte”..

Quando arrivo a Cracovia vengo preso dalla vertigine. E’ così bella, e così risolta. E quanti studenti e che vita notturna. Certo, c’è il turismo. Ma chi va per vie solitarie non può non godere delle sue architetture. E quando si arriva in Piazza del Mercato – Rynek Glowny – è davvero un visibilio.

E’ uno spazio grandissimo, diverso da quelli a cui siamo abituati. Sembrano più piazze in una. E tutta Cracovia è una città che ne contiene un’altra, un po’ più in alto a dominare il fiume; mi riferisco alla zona in cui sorge il Wawel, il  grande castello.

E’ Tadeuzs, il giorno dopo, ad accompagnarmi ad  Auschwitz. E’ stato in Italia a lungo e oggi vive facendo l’autista. Beneficia, certo, della nuova economia polacca, ma non si fa illusioni. Vede la corruzione che si fa strada e racconta delle solite speculazioni che lasciano alla popolazione autoctona solo le briciole.

Quando arriviamo al campo, mi accompagna all’ingresso, ma non varca la soglia. E’ un’esperienza che ha già fatto e gli è bastata.

Qui non ci sono baracche, ma edifici in muratura. A prima vista potrebbe sembrare un semplice villaggio operaio. Ma qui l’industria alla quale si era costretti a lavorare era quella della morte.

Non voglio seguire il percorso delle guide, vado in giro all’inizio senza un vero ordine. Poi è l’escalation  emotiva che mi dà una direzione precisa. E quando giungo nei block in cui sono conservati gli oggetti lasciati dalle vittime non riesco a trattenere le lacrime.

Matasse di capelli, gli occhiali, le valigie e le scarpe. Soprattutto quelle femminili.Alcune sono eleganti, con i tacchi alti. Le persone venivano portate qui: gli dicevano che avrebbero trovato un lavoro, che sarebbe stato giusto portare con sé il meglio di ciò che possedevano. La frode cominciava ancor prima di mettere piede nell’inferno geometrico del campo.

Sui muri scorrono le foto dei prigionieri, i tratti deformati non solo dalla paura, ma dal semplice fatto di non avere i capelli (e anche i loro capelli costituivano una materia prima da vendere alle industrie vicine).

C’è anche una teca che espone i barattoli che contenevano il veleno usato per uccidere, un veleno immaginato in origine per sterminare i topi.

Tadeuzs, al ritorno, dice che non ce l’ha con i tedeschi di oggi. Ma solo venendo in Polonia s’intuisce quanto per i polacchi il passaggio dal Papa di Cracovia  a uno tedesco possa essere stato traumatico.

Quando torno a Cracovia è pomeriggio. C’è una bellissima luce. La città mi si distende dinanzi tutta percorribile. E anche il quartiere ebraico di Kazimierz, immortalato dallo Spielberg di Schindler’s List, è a disposizione per una passeggiata.  Enormi sedie stazionano – si tratta  di un’installazione –  nella piazza in cui venivano accalcati i prigionieri.

E’ difficile dire cosa mi passi per la mente. La luce mi spinge leggera verso il fiume. Qui il passato mi sembra che dia requie almeno per un momento.

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 13, 2013 da in Racconti con tag , , , , , .
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