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l'inserto culturale di East Journal

Il ventennio, l’unità di misura della storia d’Italia

di Matteo Zola

L’unità di misura dell’Italia è il ventennio, tutti ricorderanno quello fascista ma a guardarla bene la storia del nostro Paese è fatta di doppie decadi che alternano fasi di cambiamento. Un cambiamento che non è sempre stato per il meglio. E oggi, allo scadere di un ennesimo ventennio, vale forse la pena guardare al passato per immaginare il futuro.

Ventennio della Destra storica (1861-1876)

L’Italia nasce unita sotto la guida della Destra storica, erede di Cavour ed espressione della borghesia liberale, che vince le elezioni del 1861 (ma poté votare solo 1,8% degli italiani). C’era da fare ancora tutto e i governi La Marmora, Sella, Ricasoli, svilupparono il sistema capitalistico, esponendo però il Paese all’espansionismo francese, e accentrarrono lo Stato. Il risanamento del bilancio, centrale per i liberali, richiese l’mposizione dell’odiosa tassa sul macinato e il diffondersi del malcontento, che al sud si espresse anche tramite il brigantaggio, costrinse a un dispiegamento di 120mila uomini nel meridione: un vero e proprio stato di guerra. Nel 1876, con la caduta del governo Minghetti, si chiuse l’epoca della destra storica: era stata attuata una rivoluzione parlamentare: per la prima volta un capo del governo veniva esautorato non per autorità regia, bensì dal Parlamento.

Ventennio della Sinistra storica (1876-1896)

Dal 1876 al 1896 fu l’epoca della Sinistra storica, liberale progressista si rifaceva alle idee mazziniane e garibaldine, quindi democratiche. L’abolizione della tassa sul macinato, l’allargamento del suffragio, l’obbligatorietà dell’istruzione elementare e un protezionismo economico furono il suo marchio di fabbrica dei governi Depretis, Crispi, Rudinì. Ma l’Europa, anche allora, attraversava una tremenda crisi economica (1873-1895) e la Sinistra storica non seppe trovare soluzioni adeguate: il malcontento della popolazione, specie dei braccianti agricoli, raggiunse l’apice nel 1898 quando, durante la “protesta dello stomaco” a Milano, il generale Bava Beccaris non esitò a sparare con i cannoni sulla folla. La Sinistra storica cadde per il prezzo del grano e la paura del socialismo e della sua rivoluzione.

Ventennio giolittiano (1896-1920)

Giolitti caratterizzò un periodo, detto appunto età giolittiana, di recessione economica che contribuì all’aumento della tensione sociale e politica, che si tradusse nella successione di undici governi in appena dieci anni. A un iniziale rifiuto della linea repressiva di Crispi seguì il tentativo di conciliare gli interessi della borghesia con quelli dell’emergente proletariato; Giolitti fu il primo a proporre l’entrata nel suo governo come ministro al socialista Filippo Turati che rifiutò convinto che la base socialista non avrebbe capito una sua partecipazione diretta ad un governo liberale borghese. Gli scioperi agricoli del 1901-1903 mostrarono la debolezza delle riforme giolittiane, specie al sud considerato solo come un serbatoio di voti da ottenere con la corruzione dei deputati meridionali, grazie all’intervento della mafia e della camorra. Gaetano Salvemini, per questo, appellò Giolitti il “ministro della malavita. In quegli anni la lira arrivò a una stabilità mai prima raggiunta al punto che sui mercati internazionali era quotata al di sopra dell’oro e addirittura era preferita alla sterlina inglese. L’acuirsi delle tensioni sociali portò Giolitti a promuovere il suffragio universale maschile ma ormai si sparava nelle strade e il dissenso di repubblicani, socialisti e anarchici era di fatto ingestibile e convinse Giolitti a rassegnare le dimissioni nel 1914. Il nuovo governo Salandra portò l’Italia in guerra rompendo la neutralità voluta da Giolitti.

Dopo la guerra, con lo stato liberale ormai in agonia, il vecchio Giolitti venne chiamato al suo quinto mandato che durò appena un anno (1920-21). Giolitti risolse con successo l’occupazione delle fabbriche dell’agosto-settembre 1920 – l’inizio del biennio rosso – adottando il suo sistema di non intervento diretto dello stato il quale si limitava a garantire l’ordine pubblico. Ciò però non fece diminuire la paura del ceto medio deciso ormai ad affidarsi per la sua difesa dai “bolscevichi” allo squadrismo fascista. Per porre freno alle frequenti agitazioni socialiste, Giolitti non esitò ad appoggiare le azioni delle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito riassorbita all’interno del sistema democratico. Si sbagliava di grosso e presto lo stato liberale sarebbe stato spazzato via dalla rivoluzione fascista.

Ventennio fascista (1924 – 1945)

Il 30 ottobre, a compimento della Marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo nella presunzione di usare Mussolini per accentrare il potere della Corona Savoia ai danni del Parlamento. Presto il fascismo sarebbe diventato dittatura. In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece infatti approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. Il listone guidato da Mussolini ottenne il 64,9% dei voti. Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni.Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso. Nel biennio 1925-1926 vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne soppressa ogni libertà di stampa, di riunione o di parola, venne ripristinata la pena di morte. Malgrado la crisi economica del 1929, il regime fascista conobbe negli anni Trenta un periodo di consolidamento del potere, sbaragliando l’opposizione interna e costringendo all’esilio o al confino gli oppositori politici. La guerra di Spagna promosse Mussolini ad antemurale contro il “pericolo rosso” in Europa e nel 1938, con l’alleanza con la Germania nazista, si gettarono le basi della futura guerra. Il biennio 1943-1945 e il travagliato riscatto nazionale della guerra partigiana consegnarono l’Italia alla democrazia repubblicana: una rivoluzione sorta dalle ceneri della guerra.

Il ventennio del miracolo (1946-1964)

E’ il ventennio che comincia con gli anni costituenti e i governi De Gasperi (1945-1953), con la sconfitta delle sinistre unite e l’attentato a Togliatti, con la riforma agraria e l’adesione alla Nato. La fine del periodo degasperiano non smorzò lo scontro tra Democrazia cristiana e Partito comunista, segnato dalla morte di Stalin e dalla successiva dottrina Kruscev. Il miracolo economico (1958-1963) disinnescò il malcontento delle masse operaie grazie all’intervento dello Stato nell’economia attraverso politiche di tipo keynesiano che si caratterizzarono per l’aumento della spesa pubblica e la costruzione di infrastrutture fondamentali. I governi Fanfani e Moro aprirono al Partito socialista, ormai de-sovietizzato, con le famose “convergenze parallele“. Dopo la morte di Togliatti nel 1964 si verificò all’interno del Pci lo scontro tra l’ala “destra” di Giorgio Amendola e quella di “sinistra” di Pietro Ingrao; il compromesso fu trovato nell’assegnazione della leadership a una figura di mediazione, Luigi Longo. Ma a sinistra dello stesso Pci stavano cominciando a formarsi dei movimenti spontanei la cui parola d’ordine sarebbe presto diventata rivoluzione.

Il ventennio del terrore (1964-1980)

La stratificazione sociale della popolazione italiana era cambiata dopo il boom economico: l’urbanizzazione creata dai flussi migratori interni aveva aumentato la concentrazione della popolazione, esisteva ormai un ceto medio. In seguito alle migliorate condizioni di vita dovute al boom economico degli anni precedenti nascono nuove paure e nuovi bisogni, specialmente nei più giovani che si raccolgono intorno all’estremismo di sinistra e, in misura minore, di destra. I cambiamenti nella mentalità esplosero nel 1968. La crescita del conflitto sociale aveva portato intanto al cosiddetto autunno caldo del tardo 1969, quando i movimenti studenteschi sessantottini si saldarono con le sollevazioni e le proteste del mondo operaio. Per la prima volta dal 1946, le tre sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil, si ritrovarono unite. Gli anni Settanta persero quel carattere anarchico e gioioso della prima contestazione, facendosi “di piombo”: il 12 dicembre 1969 ebbe luogo la strage di piazza Fontana a Milano. Il 22 luglio 1970 la strage di Gioia Tauro. Il 31 maggio 1972 la strage di Peteano a Gorizia. Il 17 maggio 1973 la strage della Questura di Milano. Il 28 maggio 1974 la strage di Piazza della Loggia a Brescia. Il 4 agosto 1974 la strage sull’espresso Roma-Brennero (Italicus). Il 2 agosto 1980 la strage della stazione di Bologna. Nel 1978 il sequesto di Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, segnò la fine del sostegno dell’opinione pubblica alle Brigate Rosse e l’omicidio del sindacalista Guido Rossa, ucciso sempre dalle Br, alienò al gruppo terroristico le simpatie del movimento operaio. L’epoca dei grandi troubles italiani finisce.

Il ventennio del riflusso (1980-1994)

Sono gli anni del disimpegno, in cui lo scontro ideologico lascia il posto alla ritrovata voglia di vivere dopo un decennio di tragedie. Sono gli anni di Bettino Craxi e del Presidente Sandro Pertini, della vittoria ai mondiali di calcio di Spagna, del governo del repubblicano Spadolini e del “pentapartito“. Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una crescita significativa del Pil italiano, grazie a diversi fattori come il calo dell’inflazione e l’introduzione di alcuni elementi di libero mercato, che portò l’Italia ad affermarsi come la quinta potenza economica mondiale. Nel 1989 la caduta del Muro di Berlino portò allo “scongelamento” della politica italiana e nel 1992 la firme dei Trattati di Masstricht avvicinarono l’Italia all’Europa. Tuttavia l’euforia degli anni Ottanta diventò rabbia e confusione aull’inizio dei Novanta: l’emergere di trame oscure, dalla strategia della tensione alla Gladio, e di un sistema politico basato sulla corruzione sistematica, diedero il via a una stagione (incompleta) di processi che portarono al crollo dei partiti che da cinquant’anni dominavano la scena politica italiana. Tangentopoli e Mani pulite, come pure le stragi di mafia (e la morte di Falcone e Borsellino) gettarono il paese nel caos: la magistratura si trovò sola a combattere la corruzione di Stato e la reazione mafiosa al cambio di regime politico. La pace potè ritornare solo quando Silvio Berlusconi si propose come uomo capace di ricompattare la destra e come referente per Cosa nostra. Alle elezioni del 1994 il marasma politico, le decine di nuovi partiti, le molte istanze di rinnovamento, trovarono in Silvio Berlusconi un elemento di stabilità.

Il ventennio berlusconiano (1994-2014)

Silvio Berlusconi, imprenditore formatosi nell’edilizia, poi fondatore della società finanziaria Fininvest e infine della società di produzione multimediale Mediaset, è l’uomo più discusso degli ultimi vent’anni. Anni su cui ha lasciato un segno distintivo nel susseguirsi di successi, scandali, rimonte. L’appartenenza alla Loggia massonica segreta P2; il conflitto d’interessi mai regolato; le numerose leggi ad personam, volte a favorirne l’impunità o l’arricchimento, non hanno scalfito la popolarità e la credibilità di Berlusconi, come nemmeno i rapporti con Dell’Utri e Mangano, entrambi condannati per mafia, o gli scandali di natura sessuale. Solo l’aggravarsi della crisi finanziaria del 2009 ha portato alle sue contestate dimissioni, ma le elezioni del 2013 hanno sancito il sostanziale pareggio della sua coalizione con le altre forze politiche, il Partito democratico e il rivoluzionario Movimento Cinque Stelle.

Il ventennio che verrà

Così cari amici vi scrivo, e siccome molti siete emigrati lontano, più forte dovrei scrivervi che qui si esce parecchio la sera, come sempre si fa quando c’è crisi e timore per il domani, anche se c’è chi ha già messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra. Ma nel trambusto che facciamo non ci diciamo mai niente per intere settimane, anche se alla televisione dicono che il nuovo ventennio porterà una trasformazione. Si troverà un nome specifico per l’unità di misura suddetta: se cinque anni sono un lustro, e dieci un banale decennio, vent’anni saranno un fascio. Tipo “son tre fasci che è in politica” o “l’ultima volta che ci siami vista, era due fasci fa”. Vedete cari amici cosa scrivo e dico per riderci sopra, ma non c’è nulla da ridere e nemmeno da sperare.

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2 commenti su “Il ventennio, l’unità di misura della storia d’Italia

  1. MARIAROSA
    aprile 23, 2013

    Questo riassunto della nostra storia è molto significativo e diretto,mette nostalgia e paura,quelli siamo noi,in bene e in male. Gli ultimi anni,in cui tutto è così veloce da darci le notizie ancor prima che succedano,sono stati lenti, non si va da nessuna parte così,i controsensi son troppo pesanti,e questi giochi,basta!!!!
    A proposito di fasci mi vien da dire in un espressione dialettale: se ghè del erba farom del fe,ma sembra che il campo sia ancora da arare.

  2. scoprire-questo
    maggio 9, 2013

    Ottimo, articolo davvero interessante, era proprio quello che cercavo! Grazie per lo spunto!

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 22, 2013 da in L'opinione critica con tag , , , , , .
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