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l'inserto culturale di East Journal

Jorge Volpi : La mente e l’arte della fiction

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di Simone Cattaneo

Jorge Volpi è un giovane scrittore messicano (Città del Messico, 1968) che negli anni ’90 era venuto alla ribalta grazie a un manifesto letterario redatto di comune accordo con quattro colleghi (Ricardo Chávez Castañeda, Ignacio Padilla, Pedro Ángel Palou ed Eloy Urroz), un documento che riassumeva nell’onomatopea scelta come titolo la volontà di rottura rispetto alle tendenze culturali in voga: “Crack”. Il pamphlet prendeva le mosse dalle tesi sostenute da Italo Calvino in Sei proposte per il nuovo millennio e provava a indicare alla letteratura ispanoamericana una possibile via d’uscita dal labirinto di un realismo magico ormai logoro che sembrava condannare intere generazioni a ripetere clichés ereditati dai grandi nomi del boom latinoamericano oppure ad adottare facili soluzioni di carattere commerciale. Tale rinnovamento avrebbe dovuto reggersi sull’impiego di strutture complesse e di una scrittura articolata e ben rifinita ‒ coniugando classicismo e barocchismo nel segno dell’avanguardia ‒, sempre però al servizio di un testo di piacevole lettura, non esente da sfumature parodiche o carnevalesche e minato da un’apocalittica atmosfera millenarista. Si scommetteva, in sostanza, su un romanzo in grado di tornare alle sue origini, di trasformarsi in complesso artefatto estetico capace, con l’aiuto di un’ironica raffinatezza intellettuale, di squadrare l’animo umano nel suo incessante affanno di costruire attorno a sé narrazioni da abitare o leggere.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti del tempo e Volpi ha consolidato la sua traiettoria con un cospicuo numero di opere narrative (La paz de los sepulcros, El temperamento melancólico, En busca de Klingsor, El fin de la locura, Sanar tu piel amarga, El jardín devastado, Oscuro bosque oscuro, No será la Tierra, ecc.) e saggi (La imaginación y el poder. Una historia intelectual de 1968, La guerra y las Palabras. Una historia del alzamiento zapatista, El insomnio de Bolívar. Cuatro consideraciones intempestivas sobre América Latina en el siglo XXI, ecc.). Nonostante la solidità del suo percorso e un certo successo in ambito internazionale, è un autore poco noto in Italia, dove sono apparsi soltanto un paio di romanzi: In cerca di Klingsor (Mondadori, 2000) e Non sarà la Terra (Mondadori, 2010). A questo balbettio dell’editoria italiana si somma il silenzio che ha avvolto la sua produzione teorica, da cui vale la pena riscattare almeno due titoli, entrambi contraddistinti da un’acuta analisi sui meccanismi che vincolano gli atti complementari dello scrivere e del leggere: Mentiras contagiosas (2008) e, appunto, Leer la mente. El cerebro y el arte de la ficción (2011). In quest’ultimo volume Volpi combina la sua esperienza di romanziere con la passione per la scienza nell’ambizioso tentativo di dimostrare l’estrema utilità della narrativa nel corso della Storia e della nostra esistenza quotidiana: si tratterebbe infatti di uno strumento cardine sorto dalla necessità di sopravvivere in un contesto ostile e non, come si è soliti pensare, di un mero orpello estetico o un complesso rompicapo per pochi eletti.

Seguendo un percorso suddiviso in cinque capitoli accompagnati da un prologo e un’autointervista, lo scrittore traccia una vertiginosa parabola che va dalla preistoria all’attualità e si sofferma su alcuni passaggi evolutivo-filosofici che hanno contribuito a dotare il nostro cervello di un’innegabile predisposizione allo slancio immaginifico, al salto nel vuoto implicito nell’inventare un racconto e, soprattutto, nell’accettare per buona una menzogna non tanto per il gusto di ascoltare o di scorrere lo sguardo sulle pagine, ma più che altro per sapere quali sarebbero i comportamenti possibili se noi dovessimo trovarci in quelle medesime circostanze: la letteratura dunque, fin dai resoconti attorno al fuoco di un manipolo di Homo sapiens, è stata usata come un efficace simulatore per vagliare quale atteggiamento assumere di fronte al pericolo, la gioia o il dolore. Altro risvolto fondamentale di questo esercizio della mente è lo sviluppo della nostra capacità imitativa che ci spinge ad agire in consonanza con i nostri simili e, di nuovo, le ipotesi aperte dalle finzioni elaborate dal cervello tracciano fantasmi di risposte ipotetiche, spesso derivanti dalle esperienze preterite accumulate dalla memoria. Persino ciò che chiamiamo il nostro “io” è un’invenzione distribuita tra milioni di neuroni ed è il filtro cartesiano che impieghiamo nel rappresentare il mondo circostante in maniera coesa e nel formarci un’idea della coscienza altrui, calcata sulla proiezione di noi stessi: ecco dunque che nella costruzione dell’“io” si percorrono, senza esserne coscienti, le logiche che soggiacciono alla stesura di un romanzo dove però anche gli altri, con la loro sola presenza, hanno voce in capitolo nel modificare l’evolversi del narratore. Volpi si addentra poi in un confronto tra il funzionamento del computer e della mente: il primo lavora in serie perché è il prodotto di una logica umana che ha bisogno di gerarchie per organizzarsi; mentre la seconda è un groviglio di stimoli messo a punto dalla natura e quindi le nostre cellule neuronali si attivano in parallelo, dispiegando al contempo uno spettro di centinaia di interpretazioni frutto sia di esperienze acquisite sia di probabili risoluzioni future. Si spiega in questo modo perché un software non possa dare vita a un flusso di coscienza joyceano e si svelano inoltre, a partire da un’ottica scientifica, le risposte antitetiche di un lettore di fronte a un best-seller o a un libro sperimentale: i testi di ampio consumo puntano a destare una reazione già codificata e non implicano sforzo alcuno, invece nel caso di uno scritto complesso e imprevedibile, i neuroni sono obbligati a considerare percorsi alternativi e ad attivare un’ulteriore rete esplicativa. I volumi commerciali, in effetti, con la loro ripetitività rispettano i capricci della memoria poiché tendiamo a immagazzinare informazioni ridondanti e generaliste, utili al sostentamento, rinunciando a tutto ciò che facciamo rientrare nella categoria dell’accidentale. Eppure, assecondando questo principio, è possibile agire anche in senso contrario, ovvero creare una realtà a partire dalla finzione, come dimostrano le pubblicità o i ben più macabri deliri degli apparati propagandistici dei regimi totalitari: il martellare costante di un’immagine o un’imposizione suscitano in noi l’impressione di ricordi radicati e la nostra mente li accetta come validi proprio perché derivati da un’assimilazione che li trasforma in norma.

I comportamenti individuali fomentati da queste tattiche non tardano a convertirsi in collettivi per mezzo dell’intervento dei neuroni specchio poiché, per merito loro, riconosciamo e imitiamo chi ci sta accanto, ma la loro attivazione non dipende esclusivamente da un fatto o una presenza reali, perché è sufficiente la molla dell’immaginazione per innescare la trappola dell’empatia, che ci spinge a vestire i panni dell’altro e, addirittura, a estrarre vita dall’esistenza di carta e inchiostro di una creatura letteraria: in quell’istante di perfetta immedesimazione siamo ciò che leggiamo.

Si comprende così perché un protagonista complesso e ben costruito apra una breccia nell’“io” di chi legge: dalla nostra identificazione con le sue vicissitudini mentali o fisiche si diramano ipotesi ed emozioni che dischiudono sentieri inesplorati o poco battuti e offrono inediti modelli comportamentali da passare al vaglio e di cui appropriarsi. Al contrario, un universo o un  personaggio dai lineamenti sfumati e stereotipati saranno soltanto gli ultimi spettri di una serie di ombre già in nostro possesso e, una volta accolti senza riserve critiche, si dissolveranno in un limbo dove i loro tratti saranno cancellati dall’archetipo a cui rimandano e di essi non rimarrà alcuna traccia, perché il nostro cervello si arrenderà di fronte alla melancolica sensazione di aver sprecato del tempo nel vano tentativo di ricavare qualcosa da un paesaggio spoglio e troppo conosciuto per poter far avvampare la fiamma che si annida nel carbone della pupilla di ogni lettore.

Jorge Volpi, Leer la mente. El cerebro y el arte de la ficción, Madrid, Alfaguara, 2011.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 3, 2013 da in Critica letteraria, Uncategorized con tag , , .
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