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l'inserto culturale di East Journal

Il Racconto: Mempo Giardinelli

copertina giardinelli111Natale a Iguazú

A Daniel Mordzinski

È un uomo solo, ma non sta aspettando nessuno. È evidente che non sta aspettando nessuno. Ha una smorfia sulle labbra che prova ad essere o vorrebbe essere un sorriso, ma non lo è. Con le mani incrociate sul tavolo, osserva la ragazza con il lungo vestito blu che canta. Tutto il ristorante la guarda e guarda anche lui. Ma non sembra che sia per una storia d’amore segreta.

Nel “Giardino di Iguazú”, la fauna presente la notte del 24 dicembre è quanto meno curiosa. I cinesi sono seduti alla lunga tavola in fondo, contro le inferriate, e da laggiù proviene un suono simile al dolce mormorio delle colombe. Il loro strano idioma si mescola con parole del guaraní e del castigliano, in particolare nei più piccoli, che attirano l’attenzione per il loro comportamento serio, quasi adulto.

Il cortile è grande, contiene cinquanta tavoli o anche di più. Quasi tutti sono occupati da una miriade di visi particolari che parlottano tra loro come uccelli dal canto differente: le ragazze che sembrano tedesche, o austriache, mangiano discretamente come fanno le bionde; i due francesi in maglietta e pantaloni corti, che sembrano gemelli o una coppia gay, bevono come se fosse l’ultima cena prima di salire sul patibolo; vicino ai cinesi, una combriccola di Córdoba urla e, di tanto in tanto, dà libero sfogo a qualche impertinenza, chiedendo alla ragazza con il lungo vestito blu di intonare qualche motivo cuartetero[1] alla maniera di Mona Jiménez.

L’uomo solo ha finito di cenare. Prima delle undici di notte si è strofinato due volte un tovagliolo di carta bianca sulle labbra e ha bevuto un paio di bicchieri di sidro gelato che la casa offre ai clienti. Chun-Li, il padrone, che vigila affinché niente sfugga al suo controllo, ha ordinato che il sidro sia incluso nel prezzo del buffet sino-argentino: tutto compreso nei venti pesos, o dollari, a persona e le altre bevande a parte. Mentre María Paula, la cameriera che ci serve, mesce il sidro e ci ragguaglia sul buffet, calcolo che nel locale sono presenti più di cento persone: un affare redditizio soprattutto perché c’è gente come quei quattro europei di nazionalità indefinibile che stanno stappando l’ottava bottiglia del miglior vino rosso nazionale o quel gruppo di studenti nordamericani con le magliette della NYU e di altre università che dalle otto di sera stanno bevendo birra con una passione simile a quella della quinta flotta quando attacca un paese arabo.

La ragazza ora canta dei boleri di Luis Miguel ed è difficile decidere se sia meglio guardarle le bellissime gambe che fanno capolino dallo spacco del lungo vestito blu oppure dedicare attenzione al contegno così strano di Solari, come abbiamo ribattezzato l’uomo con la smorfia sulle labbra che sembra un sorriso ma non lo è. Il suo comportamento è assolutamente educato, o forse bisognerebbe dire misurato. Come fosse una messa in scena della discrezione, non si può definire tristezza il suo stato d’animo. È piuttosto un procedere in direzione contraria a tutti gli altri che, alla fine, risulta patetico.

È certamente un bell’uomo. Ha superato abbondantemente i quaranta, forse i cinquanta, portati molto bene, con alcuni capelli bianchi sulle orecchie, una schiena scolpita in palestra, mani da contadino o da operaio: rozze, forti, grandi. Veste con semplicità, come quasi tutti in quella torrida notte di Natale e in quel punto caldo della frontiera: jeans e camicia a maniche corte di tonalità pastello, nulla che possa risaltare. Ciò che risalta è che è solo e che la sua solitudine è assoluta, insolita per quella notte e quel luogo, un isolamento si direbbe tanto curioso quanto la deformità del gobbo di Notre Dame, indiscreta come un giudizio dell’indimenticabile Max Ferrarotti di Soriano.

È impossibile non guardarlo. La sua desolazione è quasi aggressiva. Presidia una tavola vuota con resti di tacchino e un pezzo di panettone mangiato a metà. Adesso ha ordinato una bottiglia di vino bianco che berrà da solo, come forse ha fatto tutta la vita e lo beve parsimonioso e lento come se volesse farlo durare fino a mezzanotte, quando la ragazza con il lungo vestito blu annuncia che è arrivata l’ora del grande brindisi, dei baci e dei buoni propositi e i tavoli degli argentini si scatenano, quelli di Córdoba e alcuni di Rio Negro più in là, e anche un gruppo di brasiliani si precipita a ballare come sanno fare i brasiliani perché il mondo li adori, in maniera più contenuta gli europei e, con freddezza asiatica, i cinesi: tutti si baciano, si abbracciano, si salutano, ci baciamo, brindiamo a ogni tavolo, alziamo i bicchieri, alcuni fanno l’occhiolino alla ragazza con il lungo vestito blu che canta un pezzo di Caetano. Chun-Li sorveglia la cassa e che tutto vada per il verso giusto e, dopo cinque minuti io avverto, e credo che lo avvertano tutti, che l’uomo è sempre solo, imperterrito, mentre solleva il bicchiere appena all’altezza delle labbra come se stesse brindando con qualcuno. Da un tavolo vicino un’anziana coppia di sposi gli si avvicina per brindare, forse commossi dal suo abbandono; si scambiano i saluti e un’altra donna, di circa quarant’anni e che immagino zitella, va da lui e gli appioppa un bacio e un abbraccio come a dirgli «forza, non faccia così, venga a divertirsi un po’ che qua ci sono io ed è una notte fortunata.» Ma l’uomo, con fare gentile ed educato, dopo aver ricambiato i saluti, torna al suo tavolo, alla sua superbia, alla sua patetica solitudine senza speranza.

Verso l’una di notte e dopo le richieste di tanghi, cumbias e persino chacareras, la ragazza con il lungo vestito blu si concede un attimo di pausa assieme ai suoi musicisti, alcuni turisti vanno a riposare e io e Daniel, che ha tenuto le sue macchine fotografiche al collo quasi fosse un medico di terapia intensiva con il suo stetoscopio, decidiamo che è il momento di andare a dormire perché domani sarà un giorno di lavoro. Paghiamo María Paula e salutiamo Chun-Li e i suoi. Io do un bacio fraterno a María Paula che non ha smesso di ballare cumbias da quando è terminata la cena e prima di uscire guardo per un’ultima volta l’uomo solo e chiedo a María Paula cosa stia succedendo al tipo seduto laggiù, con la smorfia che vuole essere un sorriso ma non lo è e che cerca di essere gradevole senza riuscirci.

«Quello là?» chiede con disprezzo María Paula. «È un gendarme in pensione che ha torturato e ammazzato un mucchio di persone. Anni fa era l’uomo più temuto della frontiera, ora non è né più né meno di ciò che vedi: un povero infelice, un coglione.»

Mi dà un bacio e ne dà un altro a Daniel, poi continua a ballare. Andiamo all’hotel, pensando al giorno dopo. Senza voltarci indietro.

[1] 1 Genere di musica popolare tipico della città di Córdoba.

Tratto da: Mempo Giardinelli – Gente strana – Manni Editori

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 13, 2013 da in Racconti, Uncategorized con tag , , , , , .
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