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CITTA’: Vladivostok, porto della nebbia

vladivostok

di Cristian Eccher

La nebbia insiste fin dal primo mattino sui rilievi più alti della città. La cappa grigia e densa amputa il telaio metallico del ripetitore per le telecomunicazioni sulla collina di fronte alla Baia del Corno d’Oro. Il cuore di Vladivostok si trova proprio sulle due lingue di terra che formano la baia, in cui l’acqua, anche nei freddi mesi invernali, non gela mai. A Gennaio, quando le correnti polari calano impietosamente dal nord, le temperature toccano spesso i meno 20 gradi. D’estate invece è l’umidità a dominare incontrastata. Nonostante il termometro arrivi anche a 30 gradi sopra lo zero, non appena il sole tramonta l’acqua contenuta nell’aria condensa e imponenti fumi nebbiosi avvolgono edifici e persone, inghiottono le strette strade che, come aggrappate al dorso delle colline, collegano il centro della città con la periferia.

Capita spesso di viaggiare per interminabili minuti nel traffico disordinato e di ritrovarsi sempre nello stesso punto, soltanto qualche decina di metri più alti rispetto al punto di partenza. Il capoluogo del Territorio del Litorale, una provincia della regione dell’Estremo Oriente Russo, ricorda Genova, che si estende sui rilievi circostanti quasi ad abbracciare gelosamente il suo porto. Anche Vladivistok protegge il proprio porto: bitte e ormeggi sono presenti lungo tutta la costa cittadina, ma solo il molo vicino alla stazione ferroviaria è dedicato al traffico passeggeri. Il resto è zona commerciale o militare, inaccessibile. Grandi imbarcazioni mercantili stazionano ovunque nelle insenature che penetrano in profondità nell’entroterra, dove le rocce e gli scogli più grandi si confondono con i palazzi squadrati e turchini della periferia dall’architettura prettamente sovietica. Le navi da guerra sono ancorate per lo più nella baia di Uliss, in cui, come pigri ippopotami per metà sommersi dall’acqua, galleggiano anche i pesanti sommergibili della marina russa. Nel periodo sovietico, a Vladivostok si poteva accedere solo con uno speciale permesso delle autorità militari. La città, come tutto il Territorio del Litorale, è stata per anni isolata, abbandonata a sé stessa. L’aquila bicefala che simboleggia la Russia ha sempre privilegiato la testa che guarda a occidente; il distretto orientale, che si estende da Vladivostok fin quasi alla regione del lago Baikal, è stato per lungo tempo considerato una mera fonte di materie prime e un avamposto militare.

Vladivostok ha circa 600.000 abitanti, la Siberia orientale solo 6.000.000. La Russia orientale è per lo più disabitata. Vladimir Putin è stato il primo presidente federale che abbia non solo capito l’importanza geopolitica dell’Estremo Oriente e di Vladivostok, ma che abbia anche finanziato progetti di grande valore infrastrutturale, come i due ponti inaugurati nel 2012 e che sono già diventati il simbolo della città: il primo collega le due sponde della Baia del Corno d’Oro, il secondo invece il continente con l’isola Ruskiy, dove il 1° settembre scorso è stato inaugurato l’immenso Campus universitario della DVFU (Università dell’Estremo Oriente), alla presenza dello stesso Putin. Vladivostok mira a diventare il principale polo scientifico e umanistico dell’intero Estremo Oriente: l’Università ospiterà non soltanto studenti e ricercatori russi, ma anche sud-coreani, giapponesi, vietnamiti e cinesi.

Vladivostok è una città vivace: il mare infatti dà lavoro a diverse migliaia di persone, impiegate nelle attività portuali e nella pesca. L’attività più proficua è il commercio di auto giapponesi, di cui si occupano centinaia di cittadini, che comprano le automobili prodotte sulle isole nipponiche e le rivendono nel resto della Russia: fino agli Urali, infatti, i veri dominatori delle strade sono i mezzi di trasporto giapponesi, che hanno la guida a destra. Nel 2009, però, Vladimir Putin, che sin dall’inizio del suo mandato ha dato un’impronta protezionista all’economia della Federazione, ha introdotto tariffe molto alte sui veicoli importati dall’estero. La decisione ha inferto un colpo molto serio all’economia locale: la popolazione di Vladivostok è scesa in piazza e la protesta è durata diverse settimane, ma Mosca non è tornata sui suoi passi.

La politica del governo centrale e quella delle istituzioni locali sono spesso caratterizzate da interessi di segno opposto. Nell’estremo oriente russo l’esigenza di una riforma federalista è avvertita come una priorità: i cittadini, infatti, si sentono lontani da Mosca, non solo perché la capitale dista 7000 km in linea d’aria da Vladivostok e da Habarovsk (il capoluogo del distretto dell’Estremo Oriente), ma anche perché in generale il centralismo non favorisce lo sviluppo in termini politici ed economici delle entità periferiche. Purtroppo, i soldi che Mosca ha destinato al Territorio del Litorale nell’ultimo decennio hanno contribuito al dilagare della corruzione e non hanno favorito la nascita di imprese private o pubbliche; l’economia è cresciuta ma a tassi più bassi rispetto a quelli pianificati dal Governo centrale e la popolazione continua inesorabilmente a diminuire a causa della forte emigrazione dalle campagne verso Mosca e verso l’estero. Bisogna però ribadire che Putin ha dato importanza e prestigio al Territorio del Litorale, sia a livello nazionale che a livello internazionale; nel 2012 Vladivostok è stata sede del summit dell’APEC, l’Asia-Pacific Economic Cooperation, un’organizzazione economica che comprende i principali paesi dell’est asiatico e del Pacifico.

Le autorità federali hanno fatto in modo che le infrastrutture costruite per l’occasione avessero non soltanto uno scopo pratico, ma anche un valore monumentale. I due ponti, per esempio, lasciano i turisti con il fiato sospeso: entrambi sono strallati ad arpa, vale a dire sostenuti da due pilastri, ancorati alle due sponde. Lungo i piloni, a distanza regolare l’uno dall’altro, sono agganciati gli stralli, ovvero i tiranti in acciaio che vanno a sostenere l’impalcato, la strada su cui corrono le automobili e passeggiano i pedoni. Arrivati a metà della Baia del Corno d’Oro (Il ponte Russkiy è con i suoi 1104 metri il più lungo del mondo e non è attraversabile a piedi), i pochi coraggiosi turisti che si avventurano sull’impalcato, si sentono spesso mancare il respiro. I quattro pilastri che sostengono gli stralli sono leggermente inclinati verso l’esterno per dare dinamicità all’intera costruzione.

La nebbia, che a mezzogiorno si è ormai ritirata, svela i contorni dei palazzi bassi del centro cittadino: l’azzurro pallido delle case più antiche, il giallo scialbo della stazione marittima, il grigio metallico dei nuovi palazzi di vetro si dissolvono, diventano macchie di colore che il vento da ovest estende e dilata verso oriente; il mare, che non ha quasi mai schiuma, è una tavola grigia, uniforme fino all’orizzonte. I colori e i profumi di Vladivostok sono continentali: il verde dei tigli e degli aceri che ricoprono le colline e l’isola Russkiy è pallido, polveroso; il mare non ha quasi mai odore e la sabbia delle rare spiagge è rossastra per via dell’argilla contenuta nel terreno. Il continente digrada per lo più verso il mare senza soluzione di continuità, finché l’acqua salmastra non interrompe l’oceano erboso che ricopre le steppe dell’Asia Centrale, dalla Mongolia fino alla Cina e che arriva fino all’estrema penisola su cui sorge Vladivostok.

L’erba buca l’asfalto anche in città, lungo i binari incorporati nella sede stradale che misteriosi si addentrano nel porto, ai lati del lungomare, nella via dello “struscio”, via Fokin – dove giovani studentesse coreane passeggiano tenendosi per mano – e vicino alle lamiere delle auto dimenticate ad arrugginire ai margini delle strade di periferia. Viste dal ponte, però, dove tira sempre il vento, nei rari giorni limpidi estivi, le architetture si dissolvono, le lapidi del cimitero che biancheggiano fra gli alberi sulla collina di fronte si trasformano in allegri riflessi luminosi che le correnti d’aria portano via, ancora una volta verso est, verso la piccola isola Skryplyova, situata nel canale di ingresso al porto; disperazione di tutti i naviganti, centinaia di navi si sono incagliate nel corso dei secoli sui suoi scogli. I monti biancheggiano all’orizzonte, a occidente, anch’essi isole d’aria, a segnare il confine con la Cina e con la Corea del Nord. Vladivostok ha cieli sinceri, le principali rotte aeree passano a nord o a sud della città e le scie di condensazione non arrivano a solcare la sua cupola turchina.

Non appena le condizioni meteorologiche cambiano e le correnti fresche dal nord cessano, l’aria calda e pesante del sud torna a gravare sulla penisola; la nebbia riprende allora possesso del centro urbano. A sera, quando le auto indisciplinate si incolonnano confusamente lungo le strade strette che dal centro salgono sulle colline per poi disperdersi nelle periferie, all’improvviso, da un punto non precisabile del cielo, la massa d’umidità cala impietosa. Dapprima scompaiono solo le cime dei pilastri dei due ponti e la torre metallica della televisione. Poi l’immensa nube schiaccia l’intera città, l’avvolge, la cancella. Sulla superficie larga e aguzza delle foglie di tiglio dell’isola Ruskiy l’acqua si deposita uniformemente; gli edifici trasudano umidità, l’intera città gocciola rassegnata, si scioglie, si perde nel mare, il continente si liquefà, l’acqua sommerge i ponti, anche l’aria diventa liquida e soffoca il vento. Fino al mattino successivo, quando la terra torna a consolidarsi e Vladivostok riassume la sua forma originaria, miracolosamente uguale a quella del giorno precedente.

FOTO: russiatrek.org

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Questa voce è stata pubblicata il novembre 2, 2013 da in Uncategorized con tag , , .
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