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l'inserto culturale di East Journal

Ayrton Senna 1994 – 2014

senna sguardo

 

Il primo maggio del 1994, al culmine di un weekend funestato dalla morte di un pilota e dal ferimento di un altro, sulla pista di Imola, alla curva del Tamburello, già teatro di gravi incidenti e mai modificata sino a quel giorno, se ne andava Ayrton Senna, forse il più grande pilota automobilistico di tutti i tempi. Un banale guasto meccanico, causato dalla leggerezza della squadra, che aveva indebolito il piantone dello sterzo per migliorare la manovrabilità del volante, ha causato l’improvvisa ingovernabilità della macchina, che si è schiantata ad alta velocità contro il muretto a bordo pista, sguarnito di ogni protezione. Per ennesima ironia della sorte, un pezzo della sospensione anteriore divelta dall’urto, ha colpito il pilota alla testa nel ristretto spazio sguarnito della visiera, causando la ferita mortale. Quel giorno il mondo ha perduto un pilota eccelso e un uomo di grande nobiltà. Lo ricordiamo a vent’anni di distanza, cercando di opporci alla potenza del tempo, con un racconto pubblicato nella raccolta Lontananze, Manni Editori, Lecce 2003.

Giovanni Catelli

Ayrton Senna

Io conosco l’uomo più veloce, lo vedo immobile disegnarsi nella curva sotto la luce della luna, scomporre all’infinito la traiettoria fatale della derisione, riconoscersi, nel bagliore vano del miraggio dimenticato: ritorna, sulle tracce amare del dominio invisibile, a separare il volo dal furore, il destino dalla felicità, distingue, con la precisione instancabile del passato, la piega senza cedimenti che respingeva l’ombra dalle sere del futuro, seminava nell’oblio l’insufficienza di tutto, riscopre, la linea diritta che fende l’umiltà della strada, giace serena oltre la mano della folla, procede invisibile dentro il domani senza nome, rivela, quella tenebra cieca senza progetto, quel silenzio d’amarezza nei giorni vuoti che seguono il settembre, la dimenticanza febbrile che penetra la foresta dopo il sogno del fragore, quel cammino di stagioni senza pace, che ricopre con foglie sottili di rimpianto, il gesto interminato delle mani, l’anticipo sul dubitare della curva, l’estremo ritegno nell’abisso fragile della frenata.

Io so che ancora si divarica l’ombra solenne della foresta, lo spessore intero del silenzio, lo stupore dell’aria, immobile, quando giunge, dall’attesa del rumore, la cavità smisurata del suo grido, la mancanza incolmabile del suo passaggio, distinta, come il rispetto delle cose nell’ora del suo vero apparire, la sorpresa di tutti, estenuata dalla continuità del prodigio, il timore che assaliva, periodico, la debolezza meccanica delle circostanze, la fortuna di vedere, ogni volta, una replica di sortilegi, un bagliore ostinato, e raro, nella deriva dei gesti, nel tradimento fatale delle occasioni.

Come sapere nel vuoto limpido nella domenica, la raffica precisa, laterale, il dorso avaro della sorte, l’ora gelida per l’invenzione, la pietra serrata, come un pugno, il peso intollerabile, il confine, la fermezza desolata dei metalli, un vento fioco, per l’abuso già perduto, il trapano gentile del carbonio, la sorte minuziosa, l’ago indistruttibile del sangue, la curva senza fine indifferente, un dolore di pioggia, rovesciato, al capezzale della strada, corse di sciacalli nella sera che s’arrende, luce tardiva smarrita, senza salvezza, lieve sostegno.

Lugubre si chiude la foresta per la frenata infelice, manca il tuo nome sul muro il teatro scompare, camminavi solo prima della fuga, nessuno accompagna la traccia distante, rivedo tornare la virata di ferro, l’intimo distacco fuori dalla corsa, il passo diverso nel vantaggio irrimediabile, sospeso lento per angolazione infedele, d’improvviso feroce, rianimato dalla beffa tagliente la traiettoria, rapido nella prospettiva nella catastrofe, imprendibile alla salvezza, immune da vani affanni d’avversari, mai più terrapieni fuoco sabbia barriere, neppure un ritardo a convocare il rimpianto, un’attesa nelle gore del dubbio, la sorte, misura tenace della rovina calcolo geometrico, solo un gesto volgare l’evidenza, materia buia che tradisce, cieco frantume detrito, sostanza urgente di crolli.

Quel fragile passaggio vediamo ritornare, per saggezza te­nace, memoria luminosa, le curve presenti nell’ansia del tuo sincero venire, il teatro gelido la sorte, la muraglia invincibile il passato, rincorsa vuota la solitudine, quasi un pudore nella deriva, l’orma di polvere l’istante, poi la cupa navigazione le conseguenze, il capo reclinato nell’urgenza la devastazione, così leggero nella piega, rivolto, al fiume trascorso le occasioni, al mancare imperioso la certezza, nel silenzio d’alluvione che rinnega la pista, rovescia l’assenza intera della folla, colpisce, come un solo rumore vano che s’allarga, una sirena instancabile un lamento, sordo respiro delle circostanze, catena di rancore nella gola, ecco, la variante precisa la mano febbrile, tutto si divarica docile nel grido, le bandiere, la carne chiara dell’asfalto, l’ora luminosa, l’accelerazione, adesso l’ombra calma delle cose il rettifilo, già l’inclinazione serena lieve, il disegno progressivo inarrestabile, annuncio distinto della curva, distinto…

 

 

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Un commento su “Ayrton Senna 1994 – 2014

  1. mariarosa
    maggio 9, 2014

    La carica di sentimenti sembra il boato del tempo,un tempo che non si può fermare, né cambiare. Lontananze ancora vive nella memoria.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 8, 2014 da in Racconti con tag , , , , , , .
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