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l'inserto culturale di East Journal

Lublino: la città e la memoria

lublino cast
di Matteo Dargenio
“Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. […] le vecchie cartoline non rappresentano Maurilla com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilla come questa.”

Il castello di Lublino si erge su una delle tante colline sulle quali si adagia la città. Ai piedi dell’altura si apre una vasta piazza dalla forma ovale. Vi sono parcheggiate decine di macchine, e ai margini, seduti su panchine al riparo da un’estate insolitamente calda, i lublinesi si godono un gelato e la frescura della sera. Sono prevalentemente giovani, la maggior parte di loro nata sulle ceneri della Repubblica Popolare Polacca. Per loro, come per i loro genitori, quella piazza, quello spazio vuoto ai piedi del castello, c’è sempre stata, come un atto dovuto, come il verde dei parchi e il gracchiare dei corvi che affollano i tetti spioventi della città vecchia.
Pochi, probabilmente nessuno di loro può sospettare che un tempo, prima del secondo conflitto mondiale, quel vuoto non esisteva, su quella piazza avevano le proprie fondamenta case, botteghe, chioschi. Una via la tagliava di netto, si chiamava ulica Szeroka, la Via Larga. La Szeroka era l’arteria principale del ghetto ebraico, un’autentica città nella città che contava prima dell’occupazione nazista quasi 40.000 abitanti. Una comunità ricca, e perfettamente integrata con le altre fedi religiose che animavano la vita culturale della Lublino anteguerra. Un ambiente che negli anni non ha mancato di attrarre anche gli stessi abitanti della città vecchia, sviluppata attorno alla piazza del mercato, oltre che dei sobborghi di campagna.
Un’atmosfera che rivive nella memoria di chi è sopravvissuto alla guerra, alla deportazione e al tempo. Così Julia Hartwig ricorda la Lublino che non c’è più:
“Mi recavo spesso in quel luogo, ai piedi del castello. Non c’era alcun motivo per non andare. Mi incuriosiva molto. Devo dire che in genere sono sempre stata molto curiosa del mondo e qui avevo sottomano come l’opportunità di viaggiare. Perché era veramente qualcosa di irripetibile. Era come se ci fossero due città. Da una parte avrei preferito che non vi fosse una tale ed evidente diversità, ma allo stesso tempo avrei sofferto se proprio quella diversità, quella assoluta varietà non fosse stata in Lublino. Questo per me è un simbolo. Una tale atmosfera non l’ho vissuta in nessun’altra città. Forse a Brooklyn, a New York.”
Poco più in là, sul lato settentrionale del castello, vi era la sinagoga. A Poche centinaia di metri il tempio ortodosso e ancora, su una bassa altura, la chiesa cattolica di San Nicola. Fedi che si guardavano, comunicavano. Oggi la sinagoga non esiste più, e il tempio ortodosso, un tempo inserito nel tessuto urbano del quartiere ebraico, svetta oggi solitario, ai margini della stazione degli autobus. Dalla chiesa di San Nicola è possibile scrutare le forme spigolose dei tetti della città vecchia, il castello, e quello squarcio, un tempo attraversato dalla Szeroka.
C’è soltanto un luogo che ancora oggi si sforza di preservare la memoria di quel minuscolo universo sistemato sotto il castello. Un piccolo teatro, attorno al quale si è sviluppato un museo che si sforza di preservare il ricordo di una comunità cancellata prima dall’olocausto. Il museo si chiama Brama Grodzka Teatr NN, ubicato su una delle torre cittadine che metteva in comunicazione la città vecchia con i sobborghi ebraici. Quella torre, quella porta, segnava il confine tra i due mondi, in realtà tanto vicini e comunicanti. C’è una cosa che distingue il Brama Grodzka da altri musei a lui affini: nelle sue stanze e nei suoi corridoi non si ricordano i morti, bensì i vivi. Quelli che abitavano il quartiere ebraico, quelli che semplicemente ci passavano, i negozi di alimentari, i sarti, i barbieri, i musicisti, i bambini che scorrazzavano per le strade strette, i rabbini nel loro abito tradizionale. Dove ora c’è una piazza e la stazione degli autobus, un tempo c’era la vita.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 6, 2015 da in Uncategorized con tag , , , , .
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