café golem

l'inserto culturale di East Journal

Dal teatro alla prosa: Danilo Ferrari

Ferrari Factum Est

A SCHIACCIARMI

“Fate conto di essere aria
plastilina
un risotto nel piatto
un doppio pezzo di legno incollato
erba
un’oliva
un animale da soma
una bocca spalancata sotto un cuscino
un foruncolo maturo”.
Camminava avanti e indietro con ritmo uguale lungo il proscenio, a testa bassa, una mano infilata nel taschino posteriore dei jeans, l’altra semichiusa davanti al petto, mobile sul polso, come a rimestare sapientemente nel cilindro d’aria che dalla fronte cadeva sulle tavole di legno chiaro di quel piccolo palcoscenico.
Era da quel cilindro che sembrava uscissero tutte quelle metafore il cui filo di connessione ancora mi sfuggiva e che tuttavia non cercavo con il solito accanimento, come fossi comunque appagato dalle immagini in sé o coccolato da quell’andare ipnotico del maestro.
“Fate conto di essere questo ragno”.
Come potevamo vedere un ragnetto dal fondo del palco? La luce era di quelle che amava il maestro: poco più che una candela; non mi sforzai nemmeno, tanto non era importante e, per la verità, non credetti nemmeno che un ragno fosse davvero lì, pur sapendo che era assolutamente possibile e non sarebbe stata una rarità. Era credibile, quindi sufficiente.
Si era fermato e aveva alzato leggermente il capo girando lo sguardo appena verso di noi; poi aveva ripreso la postura originaria, aveva alzato la punta del piede lasciando il tacco a terra e aveva atteso qualche istante (fino a che il ragno s’era inoltrato sotto).
Riprendendo a quel punto la camminata su e giù in riva al palco, aveva svelato il piccolo mistero: dovevamo far conto di essere qualsiasi cosa si possa comprimere, deformare, appiattire, pressare, calpestare, spremere, umiliare, soffocare, schiacciare.
Eccessivo però affascinante, spaventoso ma poetico.
Chiusi gli occhi e mentre la voce e i passi del maestro mi si affievolivano dentro, rividi la grande pressa della falegnameria dove avevo lavorato a vent’anni e nello specchio del bagno nuovo i brufoli di qualche anno prima e i palmi di due piccole mani che pulivano i residui di cerapongo nel grembiulino bianco sulla giostra di legno nel cortile delle suore e poi la testa di mio padre crollata all’indietro sulla poltrona accanto alla stufa. Sentii il suo russare e un muggire di schiavi usciti da un vecchio film. Vidi il disegno di un frantoio sull’etichetta di un extravergine e una forchetta che allargava dal centro premendoli sul bordo del piatto i chicchi stracotti della mensa ospedaliera, e segni su un prato di passaggi recenti, un cuscino … un cuscino di piume nascose lo schermo della memoria assorbendo gli odori, spegnendo rumori, colori, profili.
Allora, nel silenzio improvviso, nel buio, aprii di nuovo gli occhi, li volsi controvento e guardando fisso nel vuoto attesi che qualcosa o qualcuno arrivasse… a schiacciarmi.
Il maestro si era fermato; l’aria era densa della tensione che si crea quando sul palco si sospendono i gesti e si trattiene il respiro. L’immobilità generale, assoluta, rimbalzava tra i nostri corpi come un’acrobazia.
Pareva in bilico, il maestro, su una punta d’invidia; pareva contemplare il suo nuovo attore.

da: Danilo Ferrari – La parte – ilmiolibro.it

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2 commenti su “Dal teatro alla prosa: Danilo Ferrari

  1. Maurizio
    gennaio 15, 2016

    Ho letto con attenzione, più volte, e ho rivisto una vita passarmi davanti……la tua…
    Non lasciarti schiacciare……

  2. Pasquale
    gennaio 22, 2016

    It matters not how strait the gate,
    How charged with punishments the scroll
    I am the master of my fate
    I am the captain of my soul W. E. Henley
    ….NON MOLLARE …

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Questa voce è stata pubblicata il gennaio 11, 2016 da in Uncategorized con tag , , , .
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