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Letteratura e non letteratura. Questioni di non fiction. di Raffaello Palumbo Mosca

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Cosa significa fare letteratura su un fatto realmente accaduto? Ci sono dei limiti – etici, estetici – imposti allo scrittore che si propone di raccontare la realtà? E ancora: qual è lo statuto di un genere che mescola consapevolmente romanzo e saggio, inchiesta giornalistica o racconto storico e immaginazione? Come era prevedibile, il premio Nobel alla scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič ha riacceso il dibattito sulla cosiddetta scrittura di non fiction.
Primo, e non a caso, è intervenuto Roberto Saviano, con un articolo – invero un po’ troppo polemicamente stizzito, se pure comprensibilmente plaudente – teso a dimostrare come reportages e romanzi documentali possano e debbano esser considerati letteratura tout-court al pari, per dignità e peso specifico, dei più tradizionali romanzi di finzione. Il che, e non da oggi, sembrerebbe un fatto acclarato, se non lapalissiano. Il primato della creazione fantastica sull’analisi è un cascame romantico, e fra i più deleteri: dal punto di vista estetico come da quello politico e sociale. E poi, che molti fra gli scrittori più interessanti e vitali di oggi, non solo in Italia, abbiano abbandonato la finzione pura in favore di narrazioni che sfondano i confini di genere è sotto gli occhi di tutti.
Basti pensare, tra gli altri, a Eraldo Affinati, Antonio Franchini, Edoardo Albinati, Filippo Tuena, Andrea Tarabbia. Ma ancor prima a Leonardo Sciascia e, attraverso di lui, al grande padre dimenticato Alessandro Manzoni. All’estero – è sufficiente citare il caso oggi più eclatante e riuscito di Javier Cercas – la situazione non è certo diversa, e l’utilizzo di trame di finzione non è, di per sé, argomento dirimente per giudicare della qualità letteraria. E del resto, credo che neanche il più accanito fautore della letteratura come menzogna oserebbe dire oggi che L’affaire Moro è giornalismo e non letteratura. O, per tornare al modello insuperato di ogni scrittura autobiografico-saggistica, che non lo sono i Saggi di Michel de Montaigne. Oppure, e contrario: chi parlerebbe a cuor leggero di letteratura sfogliando l’ultima fatica di Sophie Kinsella? L’errore, se mai, è restringere il campo letterario fino a farlo coincidere con il romanzo, vale a dire un genere specifico, e fra tutti il più mutevole e sfuggente. E ancora, radicalmente, identificare l’immaginazione letteraria con il falso.
Eppure, che non qualsiasi narrazione sia arte, o che giornalismo e letteratura non siano esattamente la stessa cosa è altrettanto indubitabile. Una volta si sarebbe detto, con l’Aristotele della Poetica, che la poesia – metonimia della letteratura tutta – ricerca l’universale mentre la storia, e a maggior ragione la cronaca, ricercano il particolare. Ma ancora più banalmente basterebbe dire che il giornalismo ha un carattere informativo ineludibile, e per questo la fedeltà ai fatti, anche minuti, ne è (o dovrebbe esserne) una qualità, anche etica, fondante e fondamentale; là dove, invece, la letteratura ha a che fare con una costruzione di un senso che trascende la letteralità. L’etichetta di non fiction, che può essere applicata indifferentemente alla Storia della colonna infame di Manzoni o ad un articolo sul salvataggio del gatto Paride in un paese di provincia, a Preghiere esaudite di Truman Capote come al più insipido (e falsissimo) dei manuali di self-help, non aiuta quindi per nulla.
La differenza fondamentale è tra fatto, che semplicemente accade, e senso, che è invece – come la letteratura – una costruzione dell’intelligenza. E la verità – che balena talvolta in catene di relazioni e somiglianze, che è frutto dell’investigazione e intuizione delle cause profonde – pertiene al dominio di quest’ultima. Il dato in sé, isolato e non compreso, è muto; è, per dirla con Gadda, “il corpo morto della realtà”.
Eppure questo stesso dato non può, nella letteratura di realtà, essere stravolto. La libertà di cui gode il narratore che si affida alla pura finzione non è la stessa di quello che fa lavorare l’immaginazione a partire dalla Storia e all’interno di essa. Quando Affinati, in Compagni segreti, si trova a Hiroshima e incontra i sopravvissuti all’atomica non può, senza istituire un diverso patto col lettore, falsificare la storia e immaginare che la ferita inflitta dalla bomba sia oggi invisibile; quando Andrea Tarabbia nel recente – e bellissimo: per compattezza stilistica, potenza evocativa e consapevolezza nella manipolazione delle fonti – Il giardino delle mosche racconta, tra biografia e romanzo, la storia di Andrej Čhikatilo, non può falsificare testimonianza reale.
Ciò che può fare, e che magistralmente fa, è però interpretarla. Vale a dire: dedurre e immaginare a partire da essa per ritrovare una realtà storica e umana. Ed è solo attraverso questo lavoro di immaginazione che Il giardino delle mosche, con il racconto dei cinquantasei omicidi di Čhikatilo, non è un catalogo di orrori, ma meditazione sulla natura del potere e del suo esercizio, da parte del singolo come di un intero stato totalitario. È attraverso questo lavoro dell’immaginazione, che scopre e istituisce nessi, che si interroga e ci interroga sui temi della colpa, della follia, del libero arbitrio, che Il giardino delle mosche ci restituisce un’idea complessa e non pacificata della nostra esperienza nel mondo. E non è forse questo – al di là di ogni più o meno giustificata distinzione di genere – il compito della vera letteratura?

 

 

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