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Rileggere Cecchi per scoprire il senso della critica. di Andrea Caterini

caterini

 

Il critico letterario esisterebbe senza romanzi, poesie, racconti da analizzare? La risposta più ovvia è no, e a ben vedere, chi crede a questa ipotesi, non vede altro, nel critico, che un parassita. Ma c’è chi crede che pure senza un apparato di testi da discutere un critico potrebbe comunque avere una sua legittimità. Che significa dunque che si può essere critici pur senza la materia prima, senza i testi? Che pure la critica è ma meglio sarebbe dire dovrebbe essere una forma d’arte (sì, lo ha scritto anche Alessandro Piperno su La Lettura del Corriere della Sera, ma lo ha fatto con così poca vitalità, con tanto snobismo, da far pensare che non si renda conto egli stesso di quanta polvere si porti dietro). Non troppo tempo fa un’affermazione come questa non avrebbe destato molto scalpore. Perché cos’altro erano se non scrittori, quindi artisti, critici come Cecchi, Debenedetti, Contini, Garboli? Ci sono due differenti modi di avvicinarsi a un libro di critica. Il primo è perché vogliamo approfondire l’oggetto d’indagine del libro; il secondo è perché, nonostante l’oggetto di indagine ci interessi relativamente, vogliamo approfondire il lavoro di chi quell’indagine compie. Mario Praz scrisse in una lettera a T. S. Eliot, che gli chiedeva consigli per un libro di saggi, che alla fine di tutto non erano tanto gli studi sugli scrittori seicenteschi inglesi a interessargli, quanto piuttosto la «storia della sua mente» proprio quella di Eliot che attraverso quel libro ne sarebbe uscita fuori. Insomma il critico è uno scrittore, un artista, oppure no? Sembrerebbe una domanda peregrina se non si tenesse in considerazione come da qualche tempo non si faccia altro che screditare il critico. Come mai questo discredito? La prima cosa che viene in mente è che il critico, nell’epoca dell’opinione, ha perduto la sua ragion d’essere. Perché se tutti hanno un’opinione anche senza possedere strumenti che la sostengano concettualmente, quale peso può avere un giudizio argomentato? Detto questo non significa che i critici non facciano di tutto per rendere irrilevante il loro giudizio. Del resto quante volte abbiamo sentito dire che il critico dovrebbe esprimere concetti semplici: periodi brevi, sintassi lineare. Se poi un critico azzarda un’allusione, un’ambiguità, un slancio lirico, rischia che i suoi colleghi dallo stile british lo accusino di fare della prosa d’arte, o nella peggiore delle ipotesi di rasentare il kitsch. Cioè l’accusa che gli si muove è di usare la lingua come fosse un artista. Ma più precisamente si potrebbe dire che ciò in cui difettano realmente molti critici letterari contemporanei, è di non ambire a scrivere un’opera così come fa uno scrittore d’invenzione. Tutt’al più, raccolgono una volta ogni tanto i loro articoli, prendendo il libro per una cassetta postale. Pensavo a questo rileggendo le pagine di Pesci rossi di Emilio Cecchi, pubblicato per la prima volta nel 1920 e ristampato ora da Elliot (pagg. 130, euro 9). Cecchi, critico letterario e d’arte tra i maggiori della prima metà del ‘900, sembra qui aver composto un’opera di scritti d’occasione o di pure divagazioni giornalistiche: dalla riflessione sugli Zoo come cattedrali della modernità, alle pagine di viaggio in una Inghilterra postbellica. Pesci rossi è insomma a tutti gli effetti un libro di critica, o di prose critiche, ma l’oggetto d’indagine non sono i libri altrui, bensì squarci di vita. Ma se a mancare sono i testi, non mancano certo le argomentazioni; e sono argomentazioni mosse da uno stile che è già una visione del mondo, o, come scrive Emanuele Trevi nell’introduzione, lo stile «è esso stesso percezione in atto». Voglio dire che qui Cecchi ci ricorda che non può proprio esistere un critico che non sia necessariamente anche uno scrittore.

da: il Giornale – 22/01/16

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