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Andrea Zanzotto: un Virgilio nel 2000. di Chiara Fenoglio

 

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Ultra moderno e antichissimo a un tempo, Zanzotto sa bene che la letteratura è come un coro di citazioni all’interno del quale trovare la propria originalità: nella sua poesia il dialogo coi classici è continuo, talora sovraesposto come nel caso di Virgilio («Oui, l’après midi je lis Virgile puisqu’on / m’avait appris le latin dans un vieux collège de ma région», leggiamo in La Pasqua a Pieve di Soligo), talaltra più sotterraneo, addirittura speleologico, come nel caso di Orazio, modello di una poesia più vera della storiografia scientifica, poiché consente di recuperare con la massima autenticità il vissuto profondo dei padri, come Zanzotto ha efficacemente spiegato in una intervista molto nota a Marco Paolini.

L’ultramodernità da antichissimo che connota Zanzotto non è tuttavia un dato puramente letterario, ma discende da un primum paleontologico più che storico-culturale: non si potrà parlare di tradizione in modo neutro, dimenticando che i secoli intercorsi tra Omero e noi sono appena un bruscolo rispetto alla vertigine del tempo biologico, geologico e ancor più astrologico; la prospettiva darwiniana è destinata a cambiare per sempre la nostra percezione del tempo e dello spazio, e così le presenze dei classici non saranno più soltanto insegne di letterarietà, ma diverranno crittogrammi di inabissamento e di riemersione in un mondo di fossili linguistici da rendere vivi, proprio come avviene con il latino, lingua putrefatta e insieme lingua universale, lingua della morte e al contempo lingua metastorica e metafisica, forzata da Zanzotto non solo nella direzione di un riaffioramento di frammenti (così, per esempio, nella poesia neoavanguardistica), ma di una più profonda rivitalizzazione, come avviene nelle IX Egloghe, dove l’allunaggio della prima sonda spaziale il 13 settembre 1959 offre l’occasione per una variazione sulla luna, che interseca la vis aggettivale del Canto notturno all’animula vagula blandula di memoria adrianea.

La riemersione di Virgilio, e del Virgilio georgico non meno che bucolico ed epico, costituisce a questo proposito l’esempio probabilmente più significativo, venendo a essere il crogiuolo in cui si temprano i fondamenti assoluti del poetare, strettamente interconnessi da un lato all’infanzia e dall’altro all’oltranza del gesto linguistico pienamente cosciente di sè. L’immagine del puer è in effetti uno dei pilastri intorno a cui Zanzotto articola la sua riflessione critica, e si pensi certamente al saggio Infanzie, poesie, scuoletta, ma anche ai numerosi interventi sul petèl, e all’iconografia del bambino che risponde sorridente al sorriso della madre, esplicitamente derivata dalla IV Ecloga e variamente utilizzata dal poeta veneto. Ma non è tutto: la consapevolezza virgiliana dell’impossibilità dell’epos, la «continua e dissimulata interrogazione rivolta al nulla» non è solo la peculiarità che distingue l’Eneide dai poemi omerici, ma costituisce nella poetica zanzottiana il dato fondante dell’Occidente, la perfetta sintesi della sua instabilità, e più ancora la sua «bruciabilità» (Con Virgilio). L’Eneide, in effetti, non chiude l’epica classica, ma più propriamente apre la tradizione post-omerica e si costituisce come mito definitorio della poesia “moderna” che affonda i piedi in un terreno oltremodo friabile e geologicamente instabile, quello paludoso da cui parte la «via tartarei quae fert Acherontis ad undas». Il Virgilio zanzottiano rappresenta il primo tentativo compiuto e cosciente di trarre una funzione poetica dal carcame, dalla putredine o, altrimenti detto, dal nulla: egli ha riconosciuto il rischio insito nell’attività poetica, quello del fallimento, del silenzio, del «cecidēre manus», e pertanto la sua poesia gli appare come una «continua e dissimulata interrogazione rivolata al nulla, al nonsenso, perché diventi senso, risposta». Per questo essa assume spesso «un vago tono di preghiera sghemba», tutta costruita nella sua insicurezza, consapevole della sua scarsa rilevanza in «un reale dove dominano le armi o patti tra forze o entità che tengono ben scarso conto dell’uomo». Così Virgilio finisce per detronizzare Orfeo dal suo scranno di padre mitico della poesia, eleggendo a tal ruolo la figura ben più umile e dimessa di Aristeo, padre agreste che assiste con meraviglia al miracolo delle api originatesi dalla carcassa di un bue. Zanzotto, così attento al mondo agricolo solighese, così legato all’amico agricoltore Nino Mura, e infine così consapevole dell’attuale «incertezza sull’identità della poesia, sui suoi compiti e significati» (così ancora in Infanzie, poesie, scuoletta), non poteva non riconoscere in Virgilio il padre nobile e nascosto della tradizione successiva. Porre il problema delle origini conduce direttamente Zanzotto al nodo poesia-infanzia, a individuare l’anello tra le due nell’«aura dello stupore», dunque a intuire la coincidenza tra poeta-bambino e bambino-poeta; non che Zanzotto intenda con ciò attribuire loro inverosimili etichette di genio precoce, piuttosto si tratta di riconoscere che «attendono qualche cosa ma che soprattutto danno qualche cosa», perché sono altro da noi, perché stanno già nel futuro, come Gesù tra i dottori:

 

Sorgono i bimbi da lane e stupori

d’autunno, scendono

dalla casa cui l’ape e la dalia

fanno lustro sempre più dimesso,

[…]. Tutto

gioca con loro, o pioggia o sole

o ramo o nano o vetro,

e per loro il gran fiume

d’azzurro si ravviva i capelli leggiadri. (Ecloga IX, da IX Ecloghe)

 

La scuola, pur accogliendo questo «festante grappolo / che intorno al tuo cuore s’ingloba», resta per molti versi un «simulacro senza vita» che conduce il bambino a «isterilimento e frustrazione progressiva della creatività». Sulle tracce della IV ecloga, bisognerà dunque tornare allo sguardo dell’infans, al suo riannodare i fili con una incertezza fondativa, con un non-sapere che diviene poi categoria ermeneutica ed emerge in vari luoghi dell’opera in versi, dai quali scegliamo forse il più noto ed emblematico: intersecando cristianesimo, culti agresti e memoria virgiliana, Zanzotto invoca San Gallo affinché conceda il sonno (sogno? poesia?)

 

ai bambini incattiviti, ai neonati bisbetici,

che poi per tua grazia chinano il capo sul

collo della madre e sorridono

al sorriso di lei, ciascuno come

dentro la sua propria Ecloga Quarta (San Gal sora la sòn, da Idioma).

 

A Virgilio, poeta-infans perché conscio della dimensione infantile e della problematicità del dire (la sua poesia è «scalata ostinatissima all’interno delle possibilità del linguaggio» che approda inevitabilmente alla «verifica di un’impotenza»), Zanzotto giustappone immediatamente lo sforzo di dicibilità sovrumana di quanto è per sua natura non-figurabile, di ciò che si sottrae «ai nomi / pur avendo forse un nome / e pur sapendone forse qualcosa» (Non si sa quanto verde, da Meteo). Giustappone quindi Dante, perfetto continuatore della poetica virgiliana dell’infans perché «ha in sé nascosto un pusillo gemente che si rivela quanto più egli s’innalza verso il Paradiso»: quando il linguaggio si inerpica verso le estreme vette della tensione, in quel punto il puer, l’agnello in ovil, emerge con tutta la forza idiomatica del pappo e del dindi (si veda l’intervento critico Per Saba).

I padri, dunque, sono per Zanzotto anzitutto coloro che ci insegnano a parlare: in loro si intersecano il linguaggio infantile (il petél), il parlar vecio, e il linguaggio della natura che è parente stretto del roveto ardente, del linguaggio muto del divino. Zanzotto è attentissimo alla nascita misteriosa della parola, al suo essere come latte che monta, «s’cip del lat de la Eva», appunto, dunque nutrimento infantile, «parlar porét […] ma s’cèt», e insieme significato inattingibile e magico, come rivela l’immagine di derivazione proustiana del maremoto latteo di una lingua che proviene da distanze siderali. La lingua del pappo e del dindi ha in effetti una doppia derivazione, materica e magica, è lingua «galattica» nel significato etimologico e in quello astrale, è lingua che sfrutta la sua naturalità infantile per far emergere la realtà

 

A chi porgo, a quale ago per riattarla

quella logica ai cui fili m’estinguo,

a che e per chi di nota in nota illinguo

questo che non fu canto, eloquio, ciarla? (Ipersonetto XI, da Il galateo in bosco).

 

La poesia, non più canto né eloquio né ciarla, perdura come «venir avanti di frammenti», come linguaggio in deflagrazione, frana o pulviscolo impalpabile del discorso da cui prende forma il nostro pulviscolare pensiero: la tradizione diviene luogo di una presa di coscienza, non protetto spazio dell’idillio, ma percorso tortuoso verso la riconquista di un’autonomia che è poi ritorno simbolico ad una patria storica psichica e culturale, una Heimat. In uno dei suoi ultimi interventi critici (Sarà (stata) natura?) Zanzotto ha precisato che la poesia ha il compito, paradossale, di «instaurare, magari ricreandole ex novo, le pur esilissime connessioni vitali tra un “passato remotissimo” e l’odierno “futuro anteriore”»: è dunque luogo di una memoria millenaria, ove i rapporti andranno ricuciti, come in una ragnatela, come in una imbastitura, riappropriandosi di quei detriti che sono segno di morte (di mondo che frana, di margine, di faglia) e unica possibilità di rivitalizzazione geografica, storica, linguistica.

La poesia zanzottiana si gioca interamente su questo margine, tra afasia e dicibilità totale, in un sogno di onnipotenza orfica che era già sfuggita a Virgilio e che, ancora oggi, come un deus continuamente «sfugge all’orizzonte» eppure «sorprende manifestando il suo esistere anche con abbaglianti precisioni» (Il paesaggio come eros della terra): se il Paradiso dantesco vale più di un eventuale paradiso reale, è perché l’atto poetico è biologicamente inevitabile, indispensabile a procurare una forma di salute. Non sarà un caso che in Zanzotto una fortissima «biodicea» raggrumi stratigrafie topografiche, psicologiche, storiche e geografiche, producendo infine quella originalissima «ontologia dell’individuo poetico» di cui ha parlato Berardinelli. Ed è propriamente nel segno di questo «orizzonte percettivo totale» che Zanzotto è critico di rara immaginazione e competenza: come ausculta e registra i minimi mutamenti del paesaggio, della psiche, della storia, così – con assoluta contiguità di metodo – egli scruta la poesia, propria e altrui. È questa indagine, quasi psicanalitica, ma sarebbe più corretto dire geopsichica (che non a caso si riversa spesso nella forma intervista oltre che in quella più canonica del saggio), a giustificare una postura critica aliena da atteggiamenti sciamanici, e che anzi è l’esito di un rapporto di scambio e di fermentazione continua, tra dono (donativo) e desolazione, ricchezza e mancanza: Zanzotto non adotta mai un atteggiamento esplicativo o giustificativo, né tantomeno veste i panni del guru; al contrario il suo orizzonte critico è pienamente simbiotico al suo orizzonte poetico. Il dramma psichico, storico, geografico che anima i suoi versi costituisce il triplice pilastro posto a fondamento dei suoi interventi critico-saggistici.

Come in un’ordalia, Zanzotto si confronta col passato letterario: la tradizione virgiliana è sottoposta ad oltranza (dunque ad oltraggio) che mette a rischio se stessi più dei propri padri, se è vero che «Virgilio sembra aiutarci a capire il pur mirabile cronista di una sua possibile morte, Hermann Broch, forse più di quanto Broch aiuti a capire Virgilio» (Con Virgilio). Sottoporsi a questo «gioco-ordalia» significa mantenersi in precario equilibrio tra l’aura del passato e il rischio di disincanto cui la poesia va incontro nella società postcapitalistica, dove cresce «la putredine del presente, il verminaio del non-senso e della falsità più lorda». Per questo la sovraimpressione delle bucoliche al proprio paesaggio, al proprio linguaggio, non è mai piana memoria letteraria, bensì percezione di una crasi, di una irrimediabile frattura tra chi è ormai “versato nel duemila” e quel mondo perduto, fossilizzato sulla pagina:

 

Ed ah, ah soltanto, nei modi

obsoleti di umili

virgili, di pastori castamente

avvizziti nei libri, nella conscia

terrena polvere,

ah ripeto io versato nel duemila (Fuisse, da Vocativo).

 

 

 

Pubblicato in origine su: Achab , n.4, 2014

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 14, 2016 da in Poesia con tag , , , .
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