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Raffaele Alberto Ventura – La guerra di tutti

ventura copertina

di Federico Pani

Nel 1605 il cattolico Guy Fawkes fu scelto tra alcuni congiurati per dare fuoco alle polveri che avrebbero dovuto fare saltare in aria la House of Lords, il Parlamento di Londra. Fu scoperto, torturato, giustiziato. Non prima, però, di aver rivelato i complici di un attentato che avrebbe voluto gettare nel caos il governo inglese, filo-anglicano e, dunque, anticattolico. Da qualche anno, Guy Fawkes gode di una rinnovata celebrità: è il volto che ha ispirato la maschera del fumetto, e poi del film, “V per vendetta”. Per alcuni, l’episodio del 1605 spinse anni più tardi Thomas Hobbes a scrivere “Il Leviatano”, testo che fonda la moderna teoria del contratto sociale: l’idea che un immaginario patto tra i cittadini tenga in piedi le istituzioni con lo scopo di evitare l’anarchia e la violenza. Hobbes e Fawkes sono due dei protagonisti del nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura, “La guerra di tutti – Populismo, terrore e crisi della società liberale” (Minimum Fax, p. 309, 18 euro).

Ventura aveva esordito due anni fa con il folgorante “Teoria della classe disagiata”, un libro che – parafrasando Calvino commentatore di Fenoglio – tutti i suoi coetanei avrebbero voluto scrivere sull’argomento. Nel testo, descriveva la parabola di quei giovani, nati dopo gli anni ’80, che avevano dedicato tempo e risorse agli studi umanistici, con l’ambizione di conquistare la pregiata condizione sociale promessa dall’industria culturale. Una partita persa, con schiere di aspiranti intellettuali e artisti dirottati in mansioni, ai loro occhi, più prosaiche o, peggio, per nulla gratificanti. Con questo libro, dal sapore liberale e coraggioso, Ventura ha allargato lo sguardo, raccontando alcune sfide fondamentali dei nostri anni, che vedono contrapporsi l’urgenza di costituire un nuovo patto tra i cittadini e le forze disgregative della società. Queste sono generate da fenomeni come l’eccesso di informazione – che genera i mostri delle fake news – o dalla costante sfida per il riconoscimento (sociale) tra gli individui, merce sempre più rara e costosa in un periodo di crisi, capace appunto di scatenare la guerra di tutti e di generare, in politica, i populismi. È su uno dei fronti di questa lotta, del resto, che germogliano i semi del terrorismo: nelle periferie delle grandi città, i figli di una cultura sradicata, ma in sostanza occidentali, rispondono alle sirene del fondamentalismo che offre loro un’identità, per quanto tragica e omicida.

Ventura ha la stoffa del divulgatore e riesce a spiegare la lotta tra la purezza dei principi e la visione realistica della politica con Capitan America e Super Man. E il ricorso ad alcuni filosofi francesi, che ingarbugliano le già intricate interpretazioni del nostro tempo, è l’unico rimprovero che gli si può fare. Due sono comunque le questioni, in coda al libro, che rappresentano lo sforzo teorico più ambizioso di Ventura nell’affrontarle. La prima riguarda il rapporto tra l’Occidente e la fondante idea di tolleranza, condannata alla sconfitta di fronte alla volontà di imporre il proprio stile di vita alle comunità di immigranti sul nostro territorio. Ragionare sulla sconfitta del concetto di tolleranza, tuttavia, non vuol dire adottare un atteggiamento arrendevole: significa accettare una cultura diversa, pur difendendo quei valori irrinunciabili della convivenza civile. Pena: l’affermarsi del fondamentalismo.

Non ci sarebbe peggiore fallimento per la società liberale, d’altronde, che accettare come sola soluzione ai processi di dissimilazione la ghettizzazione dei vari gruppi sociali (…). La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire in pieno il senso di tolleranza (…). Si tratta di rifondare la sovranità nella sua funzione originaria: quella di arbitrare sui conflitti tra corpi sociali. Ma perché questa sovranità sia riconosciuta come legittima deve innanzitutto dimostrare la propria estraneità agli interessi di ogni singola fazione, per quanto maggioritaria; e perché le meta-regole comuni siano rispettate è necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e negoziabili” di cui parla Bauman. Altrimenti gli stati si ridurranno a essere, come spesso già sono e vengono percepiti, il braccio armato della minoranza più grossa.

L’altra questione è l’impossibilità per l’Occidente di dimenticare che la sua idea di pacificazione si è basata su una violenza originaria (colonialismo) e costante (neo-colonialismo), giustificata dalla promessa di portare, più che libertà, benessere nel mondo. E proprio ora, nemmeno quando riesce più a mantenere quel benessere nel suo spazio, sente bussare alla porta da chi se lo era sentito promettere, ed è costretto a usare la violenza per respingerlo. Ma fino a quando si potrà andare avanti così?

 

Raffaele Alberto Ventura – La guerra di tutti – Minimum Fax

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 4, 2019 da in Critica letteraria con tag , , , .

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