café golem

l'inserto culturale di East Journal

L’editoria tra letteratura e industria: intervista a Giulio Milani

di Federico Pani

Se avete l’impressione che tra i romanzi in vendita sugli scaffali ci sia un’aria di famiglia che li rende un po’ tutti uguali, c’è almeno una persona che la pensa come voi. Se credete che possa esistere un modo diverso per raccontare una storia, quella stessa persona non solo la pensa come voi, ma ha redatto, insieme ad altri autori, un manifesto e fondato un movimento letterario per ribadirlo: “Gli Imperdonabili”. Se vi state chiedendo se ci sia già qualcosa sul mercato che stravolga in modo anarchico le regole del sistema di scrittura degli editor, qualcosa che sia coerente con il manifesto in questione, allora non avete ancora letto “Ultimo stadio” di Francesco Negri. Bene: secondo voi chi ha pubblicato quel libro?

Giulio Milani è direttore della casa editrice “Transeuropa Edizioni”. Davide Brullo lo ha definito il “Joker del sistema editoriale odierno”, sia per il suo sguardo ipercristallino e le idee acuminate sull’editoria e sulla letteratura, sia per l’indefesso esercizio del pensiero laterale e anarchico, simile a un implacabile procedere in avanti a suon di mosse del cavallo. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sull’editoria, la letteratura e il movimento degli “Imperdonabili”.

Leggendo il manifesto degli “Imperdonabili”, il modello di letteratura e di editoria dominante, da superare, trova uno dei suoi formidabili bersagli polemici nel protocollo di scrittura invalso tra gli editor, da te battezzato “Rollo/Franchini”: ma come funziona questo protocollo e, soprattutto, come funziona il sistema editoriale che ci sta dietro?

Io stesso facevo parte e, in un certo senso, faccio ancora parte di quella che chiamo “specie letteraria protetta”: ne conosco le dinamiche, almeno dagli anni Novanta. Facevo parte della scuderia di Massimo Canalini, che aveva lanciato alcuni autori come Silvia Ballestra e Romolo Bugaro, giusto per non citare il solito Enrico Brizzi. Già allora, parliamo del 1994-95, mi accorsi subito che si stavano imponendo delle regole di scrittura che miravano alla commerciabilità dell’opera: in quell’ambiente, tutti parlavano quasi soltanto di contratti editoriali e percentuali, ragionando con editori ed editor su quello che poteva funzionare o meno sul mercato.

Mi ritrovavo a chiedere e a chiedermi, dunque, quando si sarebbe parlato di scrittura, quando si sarebbe discusso di libri e di letteratura. Ne parlavo soprattutto con Canalini, che apparteneva a quella che io chiamo una “cultura dell’iniziazione”, una cultura formata da chi ragionava di pratiche letterarie anche al di là dell’aspetto commerciale. Ecco, Canalini apparteneva a questa specie, della quale facevano parte anche Pier Vittorio Tondelli, insieme col suo editor, Aldo Tagliaferri. Certo, si occupavano anche di questioni economiche, ma distinguevano il “commerciale” dal “commerciabile”. E proprio a quest’ultima categoria, quella del commerciabile, pensavano di appartenere. 

Le radici dell’attuale situazione dell’editoria affondano negli anni ’70, quando venne lanciata la collana “Franchi narratori” di Feltrinelli, una collana che reclutava non degli scrittori professionisti, ma persone che avevano delle storie interessanti da raccontare; parlo di “Tuta blu” di Tommaso di Ciaula, ma anche di Tiziano Terzani, così come di autori di una sola vera opera, come il Gavino Ledda di “Padre padrone”. L’idea della collana era già di natura industriale: metteva insieme lo scandalo, lo stile colloquiale – sebbene i libri, a mio giudizio, venissero molto editati per essere resi presentabili – e poco altro. Alla collana lavorarono anche Tagliaferri e Nanni Balestrini, un’avanguardia che si mise alla ricerca di cose nuove e che ottenne dei risultati interessanti sia sul piano narrativo che commerciale.

C’è da dire che gli editori, allora, avevano ancora il coraggio di tentare delle strade inesplorate, persino irritanti. Il caso di Tondelli, certo, resta a sé stante: date le sue indubbie qualità di scrittore, Tagliaferri decise di pubblicarlo fuori collana; ma non rinunciò a fornirgli alcune indicazioni, facendo sì che nei suoi libri la letteratura si intrecciasse con delle occasioni di vita vera. Ecco, dunque, come nacque lo scandalo di “Altri libertini”, da uno studio editoriale, che pure si incontrò con la sensibilità linguistica di Tondelli, come l’attenzione a una scrittura mimetica, e con la sua sensibilità religiosa – penso alla sua volontà di abbracciare il capro espiatorio, quali i fuori di testa e i tossici.

Negli anni Novanta ci furono dei sommovimenti di natura industriale, in primo luogo la debacle di Giulio Einaudi, che pure cercò delle possibilità alternative per finanziarsi, ma finì poi nelle braccia di Silvio Berlusconi. Prima che ciò accadesse, riuscì comunque a piazzare un colpo dei suoi, fondando la collana “Stile libero”, chiamando a dirigerla tre importanti personalità: Giulio Repetti, Severino Cesari e anche – questo pochi lo sanno – Canalini stesso. Con quella collana cercò di recuperare il lavoro che era stato fatto coi “Franchi narratori” di Feltrinelli negli anni Ottanta, ispirandosi anche al lavoro compiuto della casa editrice Theoria di Beniamino Vignola – che, in quegli stessi anni, lanciò degli scrittori di calibro, tra i quali Marco Lodoli.

La cultura dell’iniziazione, dunque, nonostante fosse al servizio dell’industria, continuava a resistere. Ora, quando parlo di questa cultura, non si deve pensare a nulla di misterico: non era nient’altro che una formazione offerta agli scrittori, un aggiornamento della loro scrittura sulla base dei risultati dell’avanguardia o sulla base di quello che si faceva negli Stati Uniti; penso al minimalismo americano, di cui ancora pochi, allora, avevano contezza, in Italia. Andrea De Carlo, ad esempio, cambiò la sua scrittura passando proprio attraverso la lezione degli americani. Insomma: nonostante tutto, c’erano ancora dei salotti capaci di costruire degli scrittori, capaci di espanderne la coscienza e le capacità.

Ma proprio negli anni Novanta le cose cominciarono a cambiare in modo irredimibile. Il racconto di come andarono le cose è stato messo nero su bianco da André Schiffrin nel libro “Editoria senza editori”. André era figlio di Jacques Schiffrin, fondatore della “Bibliothèque de la Pléiade” di Gallimard. Schiffrin, che lavorò per lungo tempo alla statunitense Random House, descrisse bene come i marchi editoriali che facevano ricerca fossero stati via via acquisiti dai maggiori gruppi editoriali, i quali però non avevano e non hanno tuttora il loro interesse prevalente nell’editoria – in Italia, a dimostrarlo, abbiamo il caso di Berlusconi – bensì nelle serie e nelle pubblicità televisive, così come nei diritti cinematografici o in mille altre occasioni di business. La maggior parte delle case editrici venne dunque acquisita da grossi gruppi oligopolisti, perdendo la propria identità.

Tutto questo è accaduto anche in Italia, dove i quattro gruppi maggiori rappresentano il 90% della produzione editoriale: GeMS, il gruppo di Berlusconi (che ha generato il mostro “Mondazzoli”), la Cairo Communication e Feltrinelli. Bene, la gran parte dei proventi di questi gruppi non arriva, come dicevo, dall’editoria; e i prodotti editoriali sono rubricati come “d’intrattenimento”. La verità è che l’editoria serve loro, piuttosto, come mezzo di scambio di favori. E questo non accade solo in Italia: sempre Schiffrin racconta i favori reciproci tra il gruppo Murdoch e la politica britannica, così come tra lo stesso Murdoch e la politica statunitense.

Ma che cos’è questa editoria senza editore, come la definisce Schiffrin? È un’editoria che si rivolge a una massa amorfa di lettori: non parla più a una comunità specifica, magari anche a un ceto riflessivo e intellettuale; parla a un pubblico generalista. È interamente schiacciata su quelle che loro chiamano le condizioni di vendibilità di un prodotto, che naturalmente non sono delle garanzie di vendibilità. Al fine di garantire quelle condizioni, alcuni protocolli di scrittura, come il minimalismo, la fanno da padrone.

Il minimalismo è un protocollo di scrittura costruito dagli editor e che è stato poi rilanciato da un autore all’altro, quello adottato a suo tempo da Gordon Lish coi racconti di Raymond Carver e i libri Richard Ford; consiste in uno stile piuttosto semplice: paratassi, frasi molto brevi, batterie di “disse”, come nel caso di Carver, ma anche di Ian McEwan. La poetica è del quotidiano, come nel caso degli autori citati, con qualche incursione nello scandalo, come per Bret Easton Ellis, che ricorda Tondelli, ma che esibisce una scrittura “asciutta e chirurgica” – come ormai abbiamo letto in migliaia di copertine. A completare l’opera ci hanno pensato, poi, le scuole di scrittura, che hanno livellato su questi protocolli tutti gli aspiranti scrittori. Risultato: mi capita di ricevere moltissimi libri che sembrano scritti dallo stesso autore. Il problema è che con il minimalismo non puoi occuparti di tutto, ma solo di certe cose; per realizzare delle cose alternative, semplicemente, servono dei metodi alternativi.

Poi, arriviamo ai nostri giorni, in cui va certamente ricordato il ruolo di internet, che ha rotto l’oligopolio dell’emittenza: basta pensare ai social, grazie ai quali tutti noi possiamo crearci un pubblico. Ora, a fronte di questo ulteriore sviluppo, che cos’hanno pensato di fare gli editori? Hanno cominciato a risparmiare sulla ricerca e andare direttamente a prendere gli autori che ce l’hanno già, un pubblico: i vip, i blogger, gli influencer. Ecco che cosa ha portato la letteratura a diventare quella povera cosa che è ora.

Credi che la letteratura dovrebbe cercare di rincorrere il modello d’intrattenimento di grandi produzioni come Netflix, magari mettendo a lavorare uno staff intero su un libro?

Prima di tutto preciso una cosa: quello che ho detto sulla serialità televisiva è stato travisato. Si è detto: “Milani vuole fare una specie di Netflix dell’editoria”; ma non è il così. Il punto è questo: se vogliamo fare delle opere di editoria industriale, facciamolo pure, ma facciamolo bene; prendiamo una squadra, proprio come fanno gli americani con le serie tv, cominciando con l’assumere uno show-runner. Studiandole, peraltro, ci si accorge subito che le serie vanno a pescare alcune strategie narrative proprio dalla letteratura: il cliffhanger è, per dire, un’invenzione di Dickens.

Il punto, però, è un altro: gli editori lo vogliono fare? La risposta è no; perché tutto questo ha un costo e un rischio. Chi resta a chiedersi perché ancora non lo fanno è perché ha ancora troppa fiducia dell’editoria. E persone così ce ne sono ancora molte: come mi raccontava l’editor di Solferino Michela Gallio, sono molti i manoscrittori che mandano i loro lavori chiedendo di essere editati; vogliono cioè che ne si faccia una storia, perché ritengono che la loro vita sia interessante da raccontare; hanno ancora troppa fiducia nei confronti dell’editoria.

A parità di tipologia d’intrattenimento o di narrazione, la lettura, che impegna cognitivamente più dell’immagine, viene scelta sempre meno. Pensi che la lettura possa riacquistare il suo ruolo o sarà costretta a restare relegata in ambiti sempre più ristretti?  Insomma: che fine farà, come la chiami tu, la “civiltà del libro”?   

Oggi, la lettura serve quasi solo nella scuola e, più in generale, per istruire le persone a compiere delle istruzione complesse. Serve sempre meno, invece, a formare persone critiche o consapevoli; persone che, magari, si mettano di traverso a dove va il sistema. Lo si vede bene nella letteratura, dove sono invalsi, come ci siamo detti, i medesimi protocolli di scrittura industriale.

E pensare che c’è perfino chi si è spinto a dire che, con i “dogmi” degli Imperdonabili, io abbia cercato di costringere le persone a scrivere tutte allo stesso modo. Ma è esattamente il contrario! Ci troviamo in una situazione dove tutti scrivono già allo stesso modo e con quel manifesto davo delle indicazioni, invece, per rompere quei protocolli di scrittura. A un principio di addestramento, opponevamo con quel manifesto, piuttosto, un principio di “assinistramento”: se a tutti si insegna come usare la mano destra, noi impariamo invece a usare anche la sinistra. Quei principi sono stati pensati proprio per potenziare le capacità di uno scrittore.

In merito alla loro efficacia, posso portare come prova l’esperienza dei laboratori di scrittura che faccio: con questo sistema, il testo dei miei autori esordienti ha sempre fatto grossi balzi in avanti. Certo, si tratta anche di una questione di tecnica: ai miei giovani autori, ad esempio, spiego come costruire i dialoghi e come inserire la recitazione, suggerendo dei libri sulla comunicazione non verbale e sulla prossemica; oppure spiego loro come si può utilizzare il diversivo, facendo vedere come lo usano i grandi autori. A volte, il risultato è sorprendente. Prendiamo il caso di Francesco Negri: quando gli ho aperto gli occhi su cosa poteva fare, ha fatto propri i miei suggerimenti ed è esploso, rivelandosi uno scrittore di razza; è per questo che ho voluto pubblicarlo fuori collana.

Tornando sull’argomento della scomparsa della civiltà del libro, non credo che si tratti più di un semplice rischio: la catastrofe è immanente, non imminente. La situazione può solo peggiorare. E, andando avanti così, si arriverà perfino il momento dell’oblio, come  avrebbe detto Heidegger: dimenticheremo di avere dimenticato. Le generazioni successive non avranno nemmeno il ricordo di quello che hanno perso, che perlomeno noi invece ancora abbiamo.

Che posto può ancora avere lo scrittore, ora che il sistema editoriale, al pari dello show business, crea solo poche star e lascia invece nell’ombra chi avrebbe davvero qualcosa da dire? C’è spazio per qualcosa di diverso?

Sono arrivato all’idea che l’autore, per non rinunciare alla sua autenticità e continuare a vivere, debba avere un suo lavoro, per poi poter scrivere quello che vuole. Dirò di più: se non trova nessuno disposto a farlo, credo che i propri lavori dovrebbe pubblicarseli da sé. Poi, può sempre capitare che questo desti l’attenzione di una casa editrice, com’è successo a Veronica Tomassini. Ecco, lei ha vinto una battaglia, diciamo così; ma questo significa che abbia vinto il drago? No, semplicemente il sistema ha capito che la Tomassini aveva un pubblico e che, anzi, pubblicando il suo lavoro ci avrebbe guadagnato; non ci sarebbero stati costi di ricerca e di promozione, infatti, dato che il lavoro promozionale se l’era fatto da sé, insieme con i suoi amici. Insomma: pur assecondando il sistema, è riuscita anche a soddisfare le proprie esigenze.

Detto questo, io non rimprovero certo a chi scrive di avere un pubblico spendibile nell’ambito della letteratura commerciale; non me la prendo, come fa ad esempio Tiziano Scarpa, con i giallisti che hanno il loro pubblico. Rimprovero invece proprio quelli che, come è capitato anche a Scarpa, rivendicano uno stile personale e, invece, si concedono ai protocolli di scrittura e si vendono a una più generale visione del mondo. Certo, Scarpa non lo si può liquidare così, su due piedi: ha comunque dedicato la sua vita alla scrittura; ma quando penso alla sua poetica, sì, mi vengono in mente dei titoli, ma non una poetica, non una discorsività letteraria. Invece, uno scrittore come Walter Siti ce l’ha eccome, una poetica, ed è per questo che è oggi forse il maggiore romanziere che abbiamo in Italia; una rarità, in un ambiente omologato ed epigonale.

Come si misura la discorsività letteraria di uno scrittore? Non certo dal numero di semplici recensioni e della citazioni che fanno di te i tuoi colleghi: la si misura dal grado d’impegno che ci mettono quegli stessi colleghi e gli specialisti, anche in altre sedi, per capire lo spessore e per valutare la portata della tua performance artistica – scrivere, per me, è sempre una performance.

Al contrario, molti scrittori stanno conducendo semplicemente quella che io chiamo la “lotta per il sottopancia letterario”: per leggere in televisioni accanto al proprio nome il titolo di “Psicologo e scrittore”, “Regista e saggista”, “Blogger e poeta”, e così via. È una lotta per un capitale tutt’al più simbolico, neanche economico e, peraltro, facilmente deperibile: per non farsi dimenticare, per non sparire devono continuamente essere presenti. E l’unica cosa che ci guadagnano sono questi apprezzamenti volatili, questi like o, al massimo, i microfoni di Fahrenheit.

Chiaro, i contorni possono essere più complessi e ci sono delle eccezioni. Ho sentito sostenere una tesi diversa, ad esempio, da Antonio Moresco che a sua volta crede di essere diverso e che, invece, io ritengo sia un favolista come molti altri: un favolista con una venatura nera e più vicina al giallo e non uno dei mille esempi di favolismo consolatorio in circolazione. E poi, diciamolo: c’è anche il problema che ci troviamo un po’ sempre di fronte alle stesse compagnie di giro, che si sostengono tra loro. Prendiamo il caso del “Colibrì” di Sandro Veronesi: la mia recensione è stata la 44esima, la prima critica, dopo che se n’erano contate ben 43, tutte elogiative. E a Veronesi rimproveravo innanzitutto proprio il riconoscibile ricorso alla solita tipologia di scrittura favolistica.

Con tutto questo cosa voglio dire? Che a me e agli “Imperdonabili” piacerebbe fare una rivoluzione e metterci al loro posto? Tutt’altro. Che restino dove sono e continuino a fare i loro premi, il Campiello, lo Strega e così via. Quello che ho e abbiamo l’ambizione di fare è di creare un sistema editoriale e letterario alternativo: una comunità di  persone che si riconoscano tra loro e decidano che cosa per loro è di valore o no.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il ottobre 13, 2021 da in Critica letteraria, Incontri, interventi critici con tag , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: