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Kazantzakis : Un maestro zen a Creta

di Paolo Lagazzi

Tra i frutti del lungo, appassionante lavoro di Nicola Crocetti per portare a conoscenza degli italiani la letteratura greca moderna e contemporanea, uno dei più rilevanti è senza dubbio la recente traduzione dal greco – la prima nella nostra nazione – del romanzo del cretese Nikos Kazantzakis Vita e imprese di Alexis Zorbás. Questo è il titolo originale del libro apparso ad Atene nel 1946, ma Crocetti ha accettato la consuetudine d’intitolarlo come il celebre film (con Anthony Quinn, Alan Bates e Irene Papas) che Cacoyannis ne ricavò nel 1964, Zorba il greco. Lavorando su un altro fronte, Crocetti si sta anche cimentando con l’impresa di tradurre l’immensa Odissea di Kazantzakis, un poema vasto e complesso come un oceano, del quale possiamo già leggere alcuni superbi, meravigliosi passaggi nel “Meridiano” Mondadori dei poeti greci del Novecento curato dallo stesso Crocetti con Filippomaria Pontani. Sia dal romanzo che da questi brani del poema (senza dimenticare altri testi da tempo tradotti in italiano, in particolare quello da cui Martin Scorsese trasse uno dei suoi film più scabrosi, coraggiosi e intensi, L’ultima tentazione di Cristo), Kazantzakis emerge come uno scrittore di assoluta grandezza, forse il maggiore nel Novecento di lingua greca insieme a Kavafis, Kariotakis e Ritsos. Credo che solo il tempo potrà rendere giustizia all’eccezionalità della sua opera, anche se da più di mezzo secolo riflessi di essa balenano a intermittenza tra gli scenari della critica internazionale (nel 1957, poco prima della sua morte, Kazantzakis perse per un solo voto il premio Nobel, assegnato ad Albert Camus). Alle spalle di quest’opera creativa stanno una formazione estremamente ricca e complessa, le più disparate esperienze tra la mistica e la politica (dal Monte Athos agli ambienti comunisti), letture vastissime, viaggi in Occidente e in Oriente (dalla Russia all’Egitto, dalla Cina al Giappone) e anche un prodigioso lavoro di traduzione in neogreco di molti classici antichi e moderni, da Omero al Dante della Commedia, da Machiavelli a Goethe, da Nietzsche a Darwin, da Bergson a Maeterlinck. Di tutto ciò cosa traspare in Zorba il greco? Specialmente, direi, un fortissimo bisogno di orientarsi nel mondo, di trovare una bussola vera per l’anima. Proiettandosi nella figura di un giovane scrittore inglese d’origine cretese, deciso a tornare nella propria isola per investirvi un discreto capitale in una miniera di lignite, Kazantzakis rappresenta il suo alter ego come un uomo invischiato dalla “rete” delle parole, privo di certezze, a suo modo assetato di verità ma teso a complicare i pensieri perché sedotto dal demone moderno dell’interpretazione, dal bisogno di sapere, di capire ogni cosa. Quest’uomo non è affatto un individuo comune: nella sua mente, nel suo corpo, nei suoi gesti una certa rigidezza, una fragilità di fondo, un’incapacità di godere la vita in modo semplice convivono con un autentico amore per la poesia (il suo libro guida, quasi un vademecum magico, è la Commedia dantesca), con una sincera disposizione all’amicizia e perfino con un lato di generosità, d’idealismo donchisciottesco che suscita in lui, a tratti, sogni enormi come quello di realizzare una Comune degli spiriti, una Città utopica per artisti liberi dal peso della falsità ma innamorati d’ogni forma di bellezza. Progetti simili non hanno nessuna consistenza: mentre li fa uscire dalla mente del suo alter ego come vapori azzurri da una lampada delle Mille e una notte, Kazantzakis ce ne mostra impietosamente l’assurdità, il carattere velleitario, la sostanza posticcia. Il personaggio stesso, del resto, è tanto consapevole da riconoscere quanto di irreale, di vacuo e irrisolto covi nella propria anima, ed è questa lucidità a imprimere ai suoi giorni una tonalità melanconica, impacciata e perplessa. Ciò di cui egli ha bisogno per sbrogliare la matassa in cui annaspa non è qualche nuovo libro (ne ha letti fin troppi), non è qualche nuova idea o teoria, ma un essere umano in grado di scuoterlo e illuminarlo, uno di quegli uomini che la sapienza degli antichi chiamava “maestri”. Come suscitato dalle mani stesse del destino, Zorba, un greco della Macedonia, appare d’improvviso allo scrittore in attesa, al Pireo, d’imbarcarsi per Creta. Senza affatto intuire che sarà quest’uomo di circa sessant’anni a imprimere una svolta cruciale alla sua vita, il giovane lo assume al proprio servizio come cuoco, aiutante factotum e direttore dei lavori nella miniera. Altissimo e magrissimo, segnato da qualcosa di faunesco nelle orecchie “pelose e asinine”, Zorba colpisce anzitutto per il fuoco degli occhi “beffardi, tristi, inquieti”, per i modi sbrigativi, per le parole ruvide ma capaci di guizzare come lame taglienti, per le larghe risate, le strambe metafore e le trovate caustiche, imprevedibili. Quasi subito i suoi comportamenti e il suo linguaggio cominciano a spiazzare lo scrittore, a farlo vacillare, a deviarlo dalle proprie traiettorie mentali e a schiudergli prospettive inedite. Ciò non significa affatto che Zorba si presenti come un maestro, se con questa parola intendiamo un uomo autorevole, ammantato di alta sapienza. La sostanza del suo carattere sembra essere la contraddizione, l’oscillazione, il salto brusco, l’aporia, il paradosso. Se un giorno afferma che il nocciolo dell’umanità è la libertà, un altro giorno definisce l’uomo “una grossa bestia”, aggiungendo però che è anche “un grande dio”. Se oppone al bisogno di sapere del giovane uno stile a suo modo sobrio, limitandosi a osservare le cose senza tentare di spremerne il segreto, è lui stesso, poi, ad avvitarsi in domande aspre e abissali, gettate all’altro, alla sua inutile cultura, come schiaffi o pugni (“Perché nasca un fiore occorre un seme. Chi ha messo un simile seme nelle nostre putride viscere? E perché questo seme non fa germogliare un fiore dalla bontà e dall’onestà, e invece ha bisogno di sangue e lordura?”). L’acutezza naturale delle sue osservazioni, priva d’ogni retroterra libresco, s’incrocia di continuo con una sorta di candore primordiale, come se vedesse ogni cosa – l’acqua, le donne, le stelle, il pane – per la prima volta. Da un lato tutto il suo essere lo porta verso la terra: la concretezza, le pietre e il legno, gli oggetti solidi, la carne, il gusto del cibo, il “sangue” del vino. Da un altro lato, però, tutto in lui tende alla leggerezza, al volo, al vento, ai passi di danza, alle piroette con cui il corpo elude la legge di gravità, alle cose impalpabili come le note che sa trarre dal suo salterio. Questa natura duplice non fa mai di lui un essere scisso, come solo gli uomini moderni possono esserlo. La sua duplicità è una ricchezza, una forma di apertura al mondo al di là di tutte le categorie unilaterali e le visioni soffocanti, anguste. Come un ultimo allievo del dio Ermes, Zorba sa cogliere l’intreccio vibrante fra gli aspetti più vari della realtà: il corpo e l’anima, il cibo quotidiano e il canto, le fasi lunari e le onde marine, l’irruenza del vento primaverile e il gonfiarsi dei seni delle ragazze sotto le camicette… Ogni cosa gli appare un insieme sorprendente di elementi diversi. Perfino il principio sacro del mondo non è per lui un Dio unico, sigillato nella sua intangibile perfezione, ma un Dio che ha in sé anche la natura del Diavolo, così come il vero si nutre di falsità, la vita della morte, il bene del male e viceversa nell’arcana, ciclica ruota del tutto. Di questo suo modo di essere, di pensare e sentire, la danza cui volentieri si abbandona è l’espressione più pura, più sciolta e illuminante, perché in essa – negli slanci verso l’alto e nel battere forte dei piedi sul terreno, nello slittare del corpo fra il qui e l’altrove, tra le cose che si riescono a mimare e quelle a cui si può solo alludere,  nel prodursi di gesti che nascono dagli istanti per morire e rinascere senza fine – ogni aspetto dell’esistenza è riflesso in una specie di specchio senza fondo, vuoto come il cielo e palpitante come un cuore. Di fronte a questa grande benché umile, inconsapevole lezione di vita e poesia, il giovane scrittore si muove, per così dire, a passi intermittenti. Indubbiamente Zorba lo provoca e affascina, lo mette e rimette in gioco, sposta le sue percezioni e i suoi dubbi trasformandolo come in un lento processo alchemico, ma egli sente di non poterlo accettare completamente finché non avrà saldato i conti ideali della propria anima con un altro, immenso maestro: nientemeno che il Buddha. Senza trovare il coraggio di rivelarlo a Zorba, sta scrivendo, infatti, un testo proprio su quella straordinaria figura di saggio orientale. (Anche questo è un fatto autobiografico: Kazantzakis pubblicò un libro, intitolato semplicemente Buddha, nel 1956.) In realtà l’idea che si è formato del buddhismo è contraddittoria come l’intrico dei suoi pensieri: se in quella via sapienziale ha scoperto una forma “fredda”, “metafisica” della compassione che ha, comunque, un innegabile fascino, gli pare che in essa serpeggi anche il terribile veleno del nichilismo. Come la poesia pura inventata da Mallarmé, che un tempo aveva sedotto la sua giovinezza e che invece adesso gli sembra solo un’acrobazia dell’intelligenza priva di umanità, così il buddhismo gli pare, nella sua percezione del Nulla come fondamento dell’essere, “una grande forza distruttiva”, una minaccia al calore dell’esistenza, a quella nudità semplice e schietta della condizione umana che Zorba testimonia, giorno per giorno, danzando e bevendo vino, lavorando in miniera e mangiando con entusiasmo, inneggiando alle nuove fioriture, urlando o facendo l’amore con una vecchia prostituta in disarmo, Madame Hortense. Solo catturando il “no” del Buddha alla vita nelle parole del suo libro, e poi abbandonando quest’ultimo al proprio destino, lo scrittore crede di potersi convertire davvero alla saggezza diversa, realmente liberatoria del greco. In questa lotta nel cuore dell’alter ego di Kazantzakis  qualcuno potrebbe riconoscere il riflesso di una crepa cruciale della modernità, quella lacerazione nel vivo dell’Occidente, tra la fine dell’Ottocento  e l’inizio del Novecento, che si è nutrita da una parte del rifiuto di Schopenhauer alla volontà di esistere, dall’altra del “vitalismo” di Nietzsche. Sentendosi sempre più svuotati dalla consapevolezza del carattere illusorio del mondo, privi di fondamenti e dunque condannati al naufragio, quanti scrittori, poeti, musicisti, o anche semplici artisti del vivere, non hanno cercato di reagire al risucchio del pessimismo e del nulla (fino ai suicidi giustificati filosoficamente come quello di Michelstaedter) cercando nel pathos sovrumano dello slancio, del coraggio e dell’azione una sorta di elisir ad alta gradazione alcolica, una riserva ebbra di senso? Per quanto mi riguarda, credo che la parabola che Kazantzakis ha voluto tracciare attorno all’impasse della sua controfigura sia qualcosa di ben più profondo e sottile di un semplice passaggio da un’ideologia di carattere schopenhaueriano al Nietzsche della vulgata vitalistica. Grazie a Zorba, il giovane scrittore arriverà non certo a sposare un entusiasmo di marca dionisiaca, ma piuttosto a ripensare la via della compassione, e insieme di una comprensione vera della vita attraverso e oltre la sofferenza, in un’ottica radicalmente diversa Delle due correnti principali del buddhismo, quella del “piccolo” e quella del “grande carro”, solo la prima può in qualche modo prestarsi a quella lettura in negativo che ne compie il giovane personaggio di Zorba, perché in essa il cammino verso la verità parte proprio dalla scoperta del carattere illusorio, evanescente del mondo. Nella seconda corrente, invece, si proclama in mille modi diversi che “il Samsara è il Nirvana”,  cioè che l’illusione è la verità, il relativo è l’assoluto, il fenomeno è il noumeno, il che significa che nel movimento cosmico ogni cosa, ogni essere, ogni evento si muta senza tregua nel suo opposto: la saggezza, dunque, consiste nel non imbrigliare la mente, nell’aprirsi alla metamorfosi infinita abbandonando ogni logica rigida del vero e del falso, del bene e del male, del puro e dell’impuro come ogni etica dell’ascesi a senso unico. Nessuna delle scuole sviluppatesi nell’ambito del “grande carro” ha portato questa speciale saggezza a forme inventive, estrose e paradossali più dello Zen. Davvero molti maestri della tradizione zen hanno, nel loro pathos pedagogico, nel loro incalzare i propri allievi per portarli al risveglio, qualcosa del carattere di Zorba: il suo gusto della parola che stordisce, del passo che inganna, dello schiaffo che consola, della carezza che punge. Anch’essi amano il rischio, il salto logico, l’improvvisazione, la fiammata della mente, il cortocircuito dei pensieri; anch’essi non si sottraggono né alla lotta né al gioco, né alla ferocia né allo scherzo, né agli eccessi né alle prove della pazienza. A sua volta, senza rendersene conto, Zorba è un maestro zen anzitutto perché sa essere flessibile, sa mutare il volto e la voce, sa abitare il movimento e la differenza aderendo a ogni occasione, a ogni oggetto, a ogni attimo. Se il grande Rinzai disse una volta, per spiegare ai propri seguaci il nocciolo dello Zen, “quando mi viene fame mangio il mio riso, quando mi viene sonno chiudo gli occhi”, Zorba diventa tutt’uno con la carne che divora e l’ardente rakí che ingolla, col lavoro che compie fino allo stremo e con i corpi femminili che stringe e accarezza. La sua mente non si perde nelle astrazioni, non è mai fumosa o teorica, eppure, o proprio per questo, è capace d’intuire l’immenso perfino nelle cose più piccole. Tutto, per lui, è colmo d’anima, anche i sassi e la terra, e dietro ogni donna egli sa riconoscere l’alone di una dea. Così, senza mai comprimerla in dogmi, i maestri zen ci invitano a cogliere la natura divina del fuoco e del vento, del sakè e della luna, della neve e degli alberi di ciliegio… Benché cerchi in ogni modo, proprio come i saggi cinesi e giapponesi con i loro discepoli, di portare lo spirito incerto dello scrittore a farsi saldo, palpitante e saettante, forte come una pietra, lieve come una farfalla e fulmineo come una freccia, Zorba è un maestro zen anche in tutto ciò che non sa, che non riesce a trasmettere o che riconosce semplicemente indicibile. Quando più acuta si fa in lui la coscienza della debolezza delle parole di fronte ai momenti cruciali, quando nell’aria aleggia un pathos, un’ansia di rivelazione che nessun linguaggio verbale riuscirebbe a interpretare e a sciogliere, Zorba si mette a danzare o prorompe in gridi simili a latrati, nitriti o canti di galli, gridi molto prossimi a quelli che gli annali della tradizione zen attribuiscono ad alcuni tra i più celebri maestri. Sia in lui che in loro radicale è il sentimento del mistero dell’essere: i giapponesi chiamano yūgen quella profondità insondabile del tutto a cui il greco gira attorno con alcune riflessioni che potrebbero sembrare ingenue e che invece vibrano dell’intensità tragica, della vertigine del Pascal sgomento e incredulo di fronte al “silenzio eterno” degli abissi stellati. Questo sentimento della natura misteriosa dell’universo impedisce alle lezioni di vita di Zorba di adagiarsi in qualsiasi idea consolatoria; mentre il giovane tende, a tratti, a illudersi cercando di riportare le contraddizioni dolorose della realtà a una specie di versione personale dell’Harmonia mundi immaginata dagli antichi, o a una razionalità superiore come quella teorizzata da Hegel, il vecchio greco sa bene che certi mali, come le sofferenze e la morte dei bambini e degli innocenti, non hanno spiegazione o redenzione possibile. Eppure la consapevolezza non attenua mai in lui l’amore per la vita, ed è questo amore, ancora una volta profondamente affine allo spirito zen, che nutre il suo bisogno di vibrare all’unisono col grande ritmo dei cieli, della terra e del mare, d’inspirare e di espirare il soffio delle stagioni, di succhiare tutto il polline dei momenti e d’insegnare allo scrittore a fare lo stesso. Una vera sintonia col mondo nasce, secondo lo Zen, dalla capacità di trovare in noi la “via di mezzo” fra la compassione e il distacco, e anche Zorba, sebbene provi un’intensa, calda pietà per tutti gli esseri umani, non importa se buoni o cattivi, intuisce che solo mantenendoci intimamente liberi possiamo fare del nostro piccolo cuore una cassa di risonanza del mondo. Così, se da un lato soffre fino a lacerarsi per la morte di Madame Hortense nella più straziante miseria, e della vedova ingiustamente uccisa da individui che non ne capiscono la bellezza, da un altro lato sa sempre “tagliare la fune” che lo lega al dolore, sa rigettarsi nell’avventura e nel miracolo dell’esistenza. In questo ripartire senza tregua sta il segreto più alto della sua lezione, quel seme di leggerezza che, come insegnano i maestri zen, ci apre all’illuminazione decisiva: ci porta a capire che la vita è mushotoku, senza scopo, ma proprio perciò immortale, indistruttibile, eterna.

*** Forse solo oggi, in quella fase del cammino del mondo che qualcuno ha visto come “fine della storia”, siamo in grado di cogliere le relazioni, le affinità o parentele tra creazioni dello spirito, tra maestri del pensiero che un tempo parevano lontanissimi l’uno dall’altro, refrattari a ogni confronto: Eraclito e i classici del Tao, Platone e Buddha, Lao-tse e Plotino, Epicuro e lo Zen. Il romanzo di Kazantzakis è il frutto di un’intuizione originale di ciò che lega tra loro, misteriosamente, le forme più profonde, greche e orientali della sapienza. Se l’autore sembra prendere le distanze da un cristianesimo che appare ormai svuotato di senso intimo, ridotto a nobile involucro di uno spirito evaporato chissà dove (le parole del suo alter ego mentre riflette su questo risuonano della stessa mestizia di una struggente lirica di Lambros Porfiras, Le chiese abbandonate), la sua sete di verità, e insieme di una felicità raggiungibile sulla terra, non aleggiante nell’ipertempo delle chimere, guida la sua mano di ritrattista mentre, pennellata su pennellata, frase per frase, gesto dopo gesto, crea Zorba, quest’uomo che riunisce in sé elementi di filosofia presocratica (una coscienza arcaica, sciamanica delle forze fondative del mondo) e di limpidezza taoista, fiamme dionisiache e riverberi quieti da epicureo, guizzi ermetici e specialmente tratti acrobatici, istrioneschi, epifanici da maestro zen. “Capitano dalle mille cicatrici”, sopravvissuto a infinite tempeste, Zorba è arrivato, sia pure in modo spesso sgangherato e anarchico, a capire ciò che ci insegna Kazantzakis nella sua immensa riscrittura del mito di Odisseo: che “l’unica vera divinità è la mente libera dell’uomo”. Capace di non lasciarsi intrappolare dai rimpianti e dalle attese eccessive, dall’angoscia delle occasioni perdute e dallo strazio dei desideri impossibili, dal timore e dalle inutili speranze, questa è la mente di Zorba quando dice al suo giovane padrone, amico e allievo: “io non ho paura dell’Inferno e non spero nel Paradiso”. Una delle più celebri parabole zen tende alla stessa visione. Essa racconta come a un soldato, che gli chiedeva se esistessero davvero il paradiso e l’inferno, il maestro Hakuin rispondesse con parole sarcastiche, che in realtà eludevano la domanda. Il guerriero montò in collera fino a estrarre la spada e a minacciare il maestro. Allora questo esclamò: “Qui si aprono le porte dell’inferno!”. A tali parole il soldato, comprendendo l’insegnamento, rimise l’arma nel fodero e fece un inchino; al che Hakuin gli disse: “Qui si aprono le porte del paradiso”. Cosa significa tutto ciò se non che il Paradiso e l’Inferno sono forme della nostra mente, forme che, se sappiamo arrivare a una vera consapevolezza, non possono più né sedurci né turbarci? Per parte sua Kazantzakis volle che sulla propria tomba fosse scritto: “Non spero niente. Non temo niente. Sono libero”.

NOTE Questo testo è stato letto il 2 marzo 2012 durante un incontro presso lo spazio Tadini di Milano, nell’ambito della mostra Ritorno al Mediterraneo, a cui hanno partecipato Nicola Crocetti e Giancarlo Pontiggia accanto a Paolo Lagazzi. Di Zorba il greco (traduzione integrale dal greco di Nicola Crocetti, Crocetti editore 2011) esisteva già un’altra versione di Olga Ceretti Borsini (Aldo Martello editore 1955), ma condotta a partire dall’edizione inglese del 1952. Per le parole di Rinzai (Lin-chi) cfr. La raccolta di Lin-chi, Ubaldini 1985, p. 61. Molto simili ad esse sono quelle di Zorba quando osserva: “Ogni cosa a suo tempo. Ora abbiamo davanti il risotto; e dunque, risotto anche il nostro cervello. Domani avremo davanti la lignite; e dunque, lignite anche il nostro cervello. Niente lavori a mezzo, capito?”. (Zorba il greco, p. 56; ma cfr. anche p. 338). Per l’intuizione della natura del mondo come mushotoku (gratuito, senza scopo, senza perché) cfr. Zorba il greco, pp. 26 e 102, e soprattutto p. 361, quando il giovane scrittore ripensa alla lezione di Zorba in questi termini: “Quell’uomo, con il suo istinto infallibile, con il suo primordiale sguardo d’aquila, tagliava per scorciatoie brevi e sicure e arrivava con semplicità, senza sforzo, alla più alta realizzazione dello scopo – la mancanza di scopo”. Alcuni interessanti confronti tra la filosofia greca antica e le vie del Tao e dello Zen sono sviluppati da Giangiorgio Pasqualotto in Il Tao della filosofia. Corrispondenze tra pensieri d’Oriente e d’Occidente, Pratiche Editrice 1989 e in East & West. Identità e dialogo interculturale, Marsilio 2003. Per l’identità greca in quanto situazione di confine o passaggio tra culture diverse, cfr. Zorba il greco, pp. 186-7, dove, in una lettera al giovane scrittore, un suo amico lontano gli dice di riconoscere in Dighenís Akritas, eroe leggendario di un poema bizantino del X secolo, il “condottiero” della loro stirpe, “sintesi sublime tra Oriente e Occidente” (Dighenís significa “di due razze”, greca e orientale). La poesia di Lambros Porfiras è nel “Meridiano” Mondadori dei Poeti greci del Novecento (2010) curato da Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani, p. 327. Una versione della storia del maestro Hakuin e del soldato è riportata in 101 storie zen a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Adelphi 1981, p. 71.

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Questa voce è stata pubblicata il maggio 10, 2012 da in Critica letteraria con tag , , , , , .
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