café golem

l'inserto culturale di East Journal

I Treni di Giovanni Catelli

di Giorgio Luzzi

“Il treno muove le braccia nel buio/si sporge dal passato come un cieco/nell’aria veloce limpida nel freddo/inclina i suoi metalli nel futuro/valica le funi dello sguardo/ti precede già nell’avvenire/ mentre tacciono le voci dell’istante/si popola di luci l’apparenza”. Dopo un inizio incerto e talvolta un po’ ingombrante il libro recupera la propria vocazione più convincente all’interno di componimenti per lo più brevi, fondati su nuclei monosintattici costruiti a onde ritmiche, all’interno dei quali l’espressivo prevale sul logico, la sensorialità motoria agisce da moderatrice rispetto alla componente razionalistica. Gianni D’Elia, nella sua densa introduzione, scrive opportunamente che “Catelli reimpone l’elemento espressivo su quello comunicativo, usando il verso per reimpostare la sintassi e l’aggettivazione (e verbo e aggettivo sono tra le conquiste più brillanti di questo libro)”.

Il ritmo, del resto, ha una vaga possibilità di essere accostato a quello del miglior Pavese, con la sua costanza dattilica che costringe il lettore alla benefica opportunità di non doversi dirigere immediatamente sui referenti; e tutto questo accade però avendo sullo sfondo una severa cupezza, uno scenario di definitiva drammaticità rivelato dalle relazioni tra l’io e l’altro, tra coscienza verbalizzante e mondo di fuori.

Piuttosto (e visto che fortunatamente l’allestimento formale non solo lo giustifica ma lo richiede) sembra non essere estranea ai fondamenti di questa scrittura una linea tra simbolismo e ermetismo, da far pensare anche a un’area francese tra Valéry e Éluard: lo rivelerebbero le frequenti scorciatoie analogiche, alternantisi con un tono sia pure raramente, ma felicemente, aforistico, sottile e nucleare (“Ora vedi l’alba negli oggetti/sgorga una tinta di luce alle pareti/un fremito d’aria lungo i vetri/avvera le distanze nello sguardo”). L’esitazione tra senso e suono tende a prolungarsi come un abile idioletto, oscillando alle spalle del lettore tra dolcezza di cauta narcosi e ossessione del non-io. Fuori di metafora, il meccanismo delle scelte percettive di Catelli sembra muoversi tra le coordinate fenomenologiche del mondo percepito e dei suoi infiniti aspetti selezionati, e tentativo di superamento della fisicità, ossia di inglobamento della pesantezza e della uniformità per rilanciarle oltre i confini dell’usuale.

Certi momenti in cui si assiste alla messa in azione di uno sguardo sul farsi del mondo, su una fisicità del reale al di là delle sue stesse apparenze, sono probabilmente i momenti più singolari di questa scrittura. Anche se non va dimenticato che il pregio più consistente dell’intelligenza letteraria di Catelli risiede proprio nella rimozione progettuale dell’autobiografismo, della poesia come stucchevole “sorella di carità” nella ulcerata avventura esistenziale. Questo è un segno autorevole di distinzione, uno scatto netto di classe letteraria, e in quanto tale si potrebbe oggettivamente inserire sul versante oppositivo di una poetica in senso lato materialistica in cui le sorti individuali, proprio quando non siano espresse come dominio e obiettivo del piccolo io, non possono che essere riconoscibili entro gli scenari cupi e contraddittori delle circostanze: non dimentichiamo che ogni percezione, di interno ma soprattutto di esterni del e dal mondo, è condizionata e prende colore e senso dalle condizioni attraverso le quali quei modi di percepire si sono imposti su altri, attraverso le quali cioè i sistemi di potere hanno condizionato il gusto e le stesse modalità della felicità. Compiuto questo passo di dignità critica e anche di politica culturale, i limiti e gli influssi finiscono per risultarne degnamente metabolizzati.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 20, 2012 da in Recensioni con tag , , , , , , , .
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