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l'inserto culturale di East Journal

Tra Mosca, Praga e Berlino : la memoria riscoperta di Julius Fucik

di Gabriele Merlini

Pavoneggiarsi in giro può risultare utile e soddisfacente. Specie se usi trattare argomenti sui quali la quasi totalità degli interlocutori sorvola. Però talvolta è abitudine che espone a rischi: domande insidiose sono costantemente dietro l’angolo. Allora tocca essere abile nello svicolarsi. Visto che abbiamo spesso bicchieri in mano, funziona il trucco di doverlo riempire al bancone. Questo di Julius Fučík poi è stato un fulmine del tutto inaspettato. «Lo conosci?» chiede il tizio cui ho appena raccontato la storiella della praticità con la quale si mastica di letteratura boema. L’unica è azzardare, confidando in nessun approfondimento. Fortuna esiste l’omonimia. «Non il musicista. Lo scrittore». Restringo il campo d’azione. Bene. Annuisco e sussurro: «certamente lo conosco». Quindi: «che brutta fine ha fatto». La conversazione viene liquidata con un «poveraccio» cui fa seguito l’inevitabile raccoglimento. Prevedibile come di sera mi scaraventi a controllare chi sia Julius Fučík. Pure da una indagine distratta si capisce in quale modo la sua esistenza sia una somma di buona fetta della esperienza centro-europea nella prima metà del XX secolo e qualche approfondimento appaia doveroso.

Julius Fučík nasce a Smíchov, sobborgo industriale di Praga nel 1903 e fino da giovanissimo si interessa di letteratura e giornalismo. All’università inizia lo studio delle scienze sociali e classici del marxismo e dopo l’adesione al movimento socialista e l’organizzazione studentesca si iscrive al partito comunista cecoslovacco KSČ iniziando a collaborare attivamente con la rivista Kmen, cui segue il gruppo d’avanguardia Devětsil assieme al poeta Nezval e il Nobel Seifert. Nel frattempo si misura con i più svariati lavori: fattorino, allenatore, muratore e uomo-sandwich (professione che dunque esisteva pure nella Mitteleuropa degli anni trenta). Più di una volta si trova nella condizione di soffrire la fame ma non viene dissuaso dallo studio. È il ventinove l’anno nel quale diviene giornalista dell’organo del KSČ Rudé právo e portavoce delle istanze di chi più fermamente dalla Cecoslovacchia respinge le critiche alla URSS. E non si tratta di idealizzazione di realtà fantasticate perché in URSS Fučík finisce sul serio, tornandosene con un giudizio lusinghiero che è base del testo V zemi, kde zítra již znamená včera ossia «nella terra dove il domani significa ieri». Libro cui seguono cicli di conferenze con lo scopo esplicito di recapitare al pubblico il messaggio su quanto di strepitoso Mosca stesse combinando nel campo socio-culturale.

Così arriviamo al 1934 e la stesura di Cesta do Mnichova («In cammino verso Monaco») dentro cui si appuntano riflessioni stavolta sulla Baviera e la Germania pre-bellica con Hitler in violenta ascesa. Segue il ritorno in Russia e ruolo di corrispondente del Rudé právo, attività inscindibile dal costante servizio di informazione per il KSČ. Nel 1938 sposa Augusta Kodeřicovou e quando il KSČ viene messo fuori legge fugge da Praga in direzione Chotiměř, entrando in clandestinità. Risale a questo periodo l’organizzazione di una rete di giornali e riviste clandestine diffuse e puntuali, per molti modello imprescindibile nel genere. Tornato in segreto nella capitale, dopo l’attacco tedesco all’URSS (giugno 1941) Julius Fučík aderisce alla resistenza anti-nazista. La Rudé právo è illegale come illegale resta il KSČ e viene arrestato dalla Gestapo il 24 aprile 1942. Dalla prigione scrive quello che probabilmente rimane il suo testo più celebre ovvero il Reportáž psaná na oprátce («Reportage scritto sotto la forca»). Condannato nel 1943 Fučík viene ucciso nel carcere di Plötzensee vicino Berlino.

Per Franco Calamandrei -curatore della edizione italiana*- la Reportáž psaná na oprátce è un esempio di testimonianza straordinaria poiché voce non posteriore agli eventi narrati o limitata a poche righe ma, al cospetto della fine e parallelamente ad essa, in grado di illustrare «la fiducia che sostiene, in maniera cosi diffusa e circostanziata da cancellare l’ombra della morte e lasciarci l’immagine di una vitalità appassionata e trionfante». Che questo derivi da una ammirevole integrità retaggio della estrazione operaia («l’ideologia e la pratica del partito della classe operaia» che fino all’ultimo sprona la lotta di Julius Fučík per Calamandrei) non è dato sapere e in fondo poco importa, prendendo per buono come il punto resti l’interesse storico dell’opera, validato per altro da gente tipo Kohout («mi voglio trasformare in un uomo della stirpe dei Fučík»), Hrabal («tanto a lungo F. ha scritto articoli e recensioni tendenziosi, finché il fatale destino non l’ha scaraventato in una situazione nella quale ha scritto un reportage che appartiene alla migliore letteratura») e Neruda («viviamo in un’epoca letteraria che un giorno verrà chiamata l’epoca di Fučík, l’epoca dell’eroismo semplice»). Coro cui si unisce pure Kundera che sulla vita di Fučík compose un poema (Poslední Máj, «l’ultimo maggio») tratteggiandolo tuttavia in una «dimensione più umana rispetto a quella semidivina propagandata da molti autori dell’epoca**».

In Italia il Reportáž psaná na oprátce rientra a pieno in quella corposa categoria di testi non introvabili ma nei quali è difficile imbattersi senza una specifica volontà. Tocca quindi darsi un po’ da fare per scovarlo, leggerlo e farsi una idea maggiormente puntuale sulla faccenda. Ci vuole tempo e qualche impegno. Ma forse merita. Anche se fieramente resteremo interni al settore di quelli che nelle conversazioni tutto hanno già da anni studiato, compreso e metabolizzato. Salvo poi essere talvolta smascherati.

* La prima. Milano, Universale economica del 1949. ** Citazioni e dati che ricavo dal testo «Metamorfosi di un mito: Julius Fučík e Milan Kundera tra stalinismo e normalizzazione» di Alessandro Catalano su eSamizdat del 2009 (VII) 2-3, pp. 15-27. Pure online in pdf.

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Questa voce è stata pubblicata il aprile 25, 2012 da in Storia con tag , , , , , , .
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